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Malta

Malta

Departure-icon 29/03/2014 - Arrive-icon 02/04/2014 2

Il cruccio del genetliaco di Vale, quest’anno è stato alleviato dalla decisione di regalar lui una piccola vacanza, una volta tanto, in un piccolo paradiso europeo. Nell’indecisione sulla metà da scegliere, nella cui finale erano giunte Cagliari e Malta, dopo l’eliminazione di Atene (a detta della cara Yrin ‘una città in preda a crisi politiche troppo forti’ per poterla poi definire ‘vacanza’) nella finalissima ho ascoltato la carissima Alessia, che mi ha bocciato il capoluogo sardo. Da anni desideravo vedere Malta, terra dei Cavalieri del Sacro Ordine, baluardo coraggioso della cristianità europea, nonché ultimo lembo di essa. È un’isola (anzi tre, Gozo a nord, al centro-est Cumino, con il piccolo satellite Cuminotto a ovest, ed a sud Malta) difficile da capire e decifrare. Per molte persone, è un posto un po’ antico e polveroso, intriso di tradizioni medievali, come racchiuso in una “bolla del tempo”. Gli Italiani e maltesi hanno incrociato raramente le loro storie, nonostante siano vicini di casa, e non sempre (come nell’ultima guerra mondiale) in modo amichevole, a partire dalle guerre puniche. Pur essendo geograficamente “qui”, insomma, l’isola è sempre apparsa storicamente “là”, lontana…

Scelta la meta e pure l’hotel, il Plaza di Sliema, non restava che attendere la partenza. Lodi, Lambrate, Linate. Vale, mentre sismo al check in si accorge di aver lasciato il telefonino sul bus e come una lepre corre sperando di ritrovarlo, meno male che ciò avviene… Appena giunti all’aeroporto di Luqa, dopo un saliscendi di scale alla ricerca del piazzale dei pullman, una volta usciti, abbiamo provato una forte emozione a quasi venti gradi (contro ogni previsione meteorologica avversa). Capire ciò che dicono i maltesi è opera assai complessa. Mentre cerchi di ascoltare ciò che ti viene detto, ti perdi in elucubrazioni sull’origine della loro assurda lingua. I numeri sono arabi, come molti altri termini, tra cui le indicazioni geografiche. Molte parole in italiano, altre con una forte assonanza all’ispanico e un’infinità in inglese. Le dominazioni succedutesi in passato, fenici, ellenici, romani, bizantini, arabi, normanni ed aragonesi, per poi cedere ai Cavalieri e inglesi, hanno plasmato quella che è diventata la moderna cultura e soprattutto lingua dell’isola. Praticamente in una frase ti trovi il meglio del meltin pot dal forte aroma sassone-mediterranea. Non si capisce nulla. Solo ad un insano di mente qual era Mussolini poteva venire in mente di desiderare annettere l’arcipelago all’Italia, in quanto la sua lingua non era altro che un dialetto siculo. Malta dista dalle coste italiane circa 90 km, mentre si triplica se va in direzione della costa libico-tunisina, una terra in cui Dio si chiama (Alla, senza H finale) e la Quaresima pasquale si chiama Ramada (forte assonanza con l’islamico digiuno Ramadan). La sua forma sembra quella di un pesce, che si getta in acqua, con la coda rivolta verso l’alto, non a casa, quasi tutti i batacchi dell’isola riprendono questa allegorica immagine. Giunti al Plaza, devo dire, mi son trovato un’ottima sorpresa. In linea con una logica atta ad attrarre turisti, grazie a Dio, (meglio ad Alla) le foto pubblicate sul sito erano state concepite per mostrare modernità mista ad acciaio e vetro, al limite di una sentenza di morte per l’architetto progettista della struttura; ma la realtà era ben diversa. Una volta giunti in loco, una splendida camera con cucina e luminosa con pareti vista terrazzo di circa 20 mq dotato di sdraio, a picco su un mare trasparente. Che bello. Che sorpresa sapere che il nostro giaciglio sarebbe stato meno aberrante del previsto. Sono le quattro del pomeriggio, un sole invitante ci chiama alla vita, infilo il costume nella speranza di gettarmi in una pozza d’acqua, ma il Lemure frena la mia intraprendenza, no bagnetto oggi, si va nel centro storico per fare un giro. Una passeggiata di qualche chilometro verso il lungomare di Tariq i-Turri e siamo all’imbarcadero per la sponda ovest di Valletta; 2.80 euro, questo il costo per un piacevole giro in luzzi (imbarcazione locale) andata e ritorno per il cuore pulsante di Malta. Una poesia in tufo, dall’aroma siculo e dal riverbero del mare che le dona di una luce particolare. Il Lemure si accorge di essersi vestito leggero e per sopravvivere al venticello ed al sole che inizia a nascondersi dietro agli edifici cittadini, si parte alla caccia di una felpa in qualche negozio di Triq El Repubblika. Mentre ci aggiriamo in direzione Misra San Georgu, restiamo affascinati dalle prove di canto lirico che provengono dal Teatro Manoel, questa voce angelica che riecheggia nell’atrio d’ingresso, crea un suggestivo gap temporale che ci riporta in un clima borbonico. Viva malta! Sempre sulla via principale, ci fermiamo in un resto bar per nutrirci con pasto tipico: una ftir, pietanza locale che vede un gustosissimo e croccante panino (hobz, come il K hobz arabo) ripieno di tonno, cipolle, capperi e pomodoro, accompagnato con birretta locale, la Cisk. Il Lemure trova l’anima della città un po’ troppo decadente, definizione che per me ha sempre un forte connotato positivo. Al ritorno verso Sliema, mentre passeggiamo con borse della spesa ricolme di vino locale, caffè solubile per la colazione e biscotti, rubo qua e la germogli di piante grasse, meravigliose. L’anima giovane e vibrante di questo quartiere compresso tre St. Julian e la Valletta si mostrano in pieno il contrasto tra la secolare ed orgogliosa anima arroccata all’interno delle sue mura fortificate, e il suo vibrante presente. L’incontro del passato fatto di costruzioni austere ed eleganti, impenetrabili ed aristocratiche, ed il presente rappresentato da architetture coraggiose e snelle, fredde e troppo moderne dedicate al turismo di massa. Sono le 19.30, e mi trovi su questo meraviglioso terrazzo a scrivere di una giornata magica, trascorsa nella felice consapevolezza che oltre alla serata, ci sarà anche un domani ed un dopo, ed un dopo dopo… Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco… Lo diceva mio nonno in dialetto, ogniqualvolta ci sentiva troppo sicuri e spavaldi alle prese con attrezzi per il legno o nell’orto… Infatti, quando da poco avevo salutato il mare dal terrazzo, rientrando in camera ho trovato Muraccio semiabbandonato a sé stesso sul letto, come un martinitt, ancora vestito… E li che si è consumata la tragedia, con la scusa di un riposino di mezz’oretta, siamo crollati. Un debole fascio di luce ci sveglia dalla parete in vetro, sono le 8.42 del mattino, dopo aver pure subito il cambio orario come in Italia. Ci guardiamo sorridendo e riciclando la famosa battuta di ‘Una notte da leone’ (utilizzata in un contesto completamente diverso) ci diciamo: ‘… è successo ancora!’. Colazione sul terrazzo, Nescafe, biscotti british, cereali e una preghiera a Crono perché non faccia piovere. Nubi minacciose giungono da nord, dalla Sicilia… Oggi torneremo a Valletta per visitare Floriana, Vittoriosa e Sanglea. La capitale, sotto il sole di primavera brilla come un’opale, riflette la luce sulla sua pietra cremisi che si amalgama con le acque placide del Mediterraneo. Appena messo piede in centro, dopo un giro in bus fino alla Piazza dei Tritoni, che funge da stazione dei bus, varchiamo l’ingresso dei bastioni da sud ovest, e una magica atmosfera ci accoglie; come Scilla e Cariddi, uno di fronte all’altro, un edificio gattopardi ano ed un futuristico museo in tufo, si scrutano come un curioso anziano guarderebbe uno spensierato ragazzino fischiettante. Un teatro distrutto dai bombardamenti, poco più in la, è ora utilizzato per spettacoli a cielo aperto, con frammenti di colonne e scalinate che ricordano quelle della Scala.

Zampettando fino alla Triq al Republika (come i arabo, Tariq, via, strada) per visitare il gioiello di Malta, la Co-Katedral di St. Johan, vero simulacro artistico religioso del barocco maltese, dove numerosi artisti del calibro di Caravaggio, vi hanno lasciato l’impronta. La sorpresa è grandissima entrando a visitare questa chiesa. Soffitto, pareti e pavimento raccontano la fede prima ancora della ricchezza. Il destino volle che dell’artista lombardo si ricorda la tela più grande che abbia mai realizzato in vita, circa un sei metri per tre, prima di fuggire rocambolescamente dall’isola, per non farvi più ritorno, in seguito ad una lite con un Cavaliere che lo imprigionò dopo aver scoperto che il pittore aveva lasciato l’Italia in seguito ad una condanna a morte nientepopodimeno che vidimata dal Papa. Purtroppo oggi è domenica e la tela non è visitabile, come nemmeno le cappelle sontuose dedicate ai Maestri fondatori dell’ordine. Il pavimento della cattedrale è interamente ricoperto da stemmi marmorei, come se fossero lapidi di qualche cenotafio nobiliare, lucide ed eleganti, una sorta di immenso arazzo, in contrasto con le sfavillanti volte dorate e decorate con affreschi della vita del Battista. Appena fuori, gironzolando nel pressi del Museo Archeologico, percorriamo le vie lastricate tra le più caratteristiche della città. Costeggiando le mura marittime, dove piccole aiuole fiorite e file di palme ed ulivi decorano le sonnolente strade ancora tranquille, due passi verso l’interno ed il desiderio di un piccolo spuntino in un caratteristico bar locale, frequentato da bevitori incalliti, ci assale. Alla Tg la messa domenicale in vaticano su Rai 1, prendiamo due pastirizza, pasta sfoglia ripiena di crema ai piselli per me e ricotta di formaggio per Vale, non male, accompagnata da birra locale Cisk e da chinotto Kinnie (quest’ultimo una vera prelibatezza, composta da soli ingredienti naturali, un vero just locale). Un giro fino al forte Sant’Elmo, poderoso baluardo dilaniato dai turchi durante il grande assedio del 1565, dove ho raccolto una piantina di capperi e qualche pianta grassa. Sono le tre del pomeriggio e con il sole sulla nuca, vestiti come se fossimo a Stoccolma, non ci resta che rientrare in albergo per cambiarci. Sul bus conosciamo una ragazza, Pina, sarda di origine, laureata in giurisprudenza che ha deciso fa dare una svolta alla sua vita e mettersi a lavorare in un ristorante come cuoca, da Sofia; stasera il suo ristorante sarà chiuso, domani sera andremo a trovarla. Un’oretta di beato terrazzo, Vale in slip e maglietta, io in felpa e calzoni lunghi, mi regalano lo stesso un’abbronzatura, come dire aragostina. Dopo un poco il Lemure mi sveglia per trascinarmi nella piscina coperta. Whow, acqua calda e idromassaggio compiono un miracolo. Tornati in camera con rocambolesca fuga in slip in ascensore gocciolanti (per non cambiarci negli spogliatoi) e poterci asciugare sul terrazzo come lucertole. Un brindisi con vinello maltese e subito l’atmosfera di accende. Il desiderio di uscire e passeggiare fa si che alle sei siam pronti sulla promenade lungo le serpentesche oasi pedonali in direzione del tanto nominato quartiere Sant Julian. Mentre camminiamo, ricordo di aver visto quel posto in un sogno fatto qualche mese fa, con ambientazione invernale, una volta sveglio, di averlo raccontato a Vale (che non ne riporta traccia nella memoria…). Quartiere vivace e giovanile, già molto frequentato al calare del sole, nasconde angoli incantevoli, dove chiese barocche si fondono con edifici moderni, ristoranti di ogni genere e soprattutto in un pittoresco scenario dove barche blue e gialle, profilate di rosso, con intarsi in legno a prua di origine fenicia, chiamati Occhi di Osiride (fenici? Non egizi?) ricordano il suo glorioso passato marinaro, donano al tutto un’aria ancor più magica. Ora le luci si riflettono sul molo, ormeggi in PVC ballano dondolati dalle onde, dai ristoranti una musica ricercata si fonde con i profumi delle prime pietanze serviti ai ghiotti clienti, il Lemure affamatissimo si preoccupa di trovare il ristorante più consono si suoi desideri. La scelta ricade sul Gluglu, un piccolo e grazioso ristorante tipico maltese, dove all’aperto, a pochi centimetri dal mare, gustiamo hobz ftir (una sorta di sandwich con tonno, capperi, fagioli e pomodoro), polpette di patate, tonno ed erba cipollina, con due calici di vino, per passare poi ad un mega piatto di ravijuleti (farciti di ricotta ed erbette) con pomodoro e capperi, mentre Vale una frittata di pasta, la froga-tattarjia, a dir poco squisita. Di ritorno Vale decide di farsi del male. E passando davanti ad un tecno japan take away gestito da sole donne, il Gochi, piglia qualche pezzo di sushi da gustarsi in albergo. Almeno tre chilometri a piedi, abbastanza per rimpiangere un plaid e digerire i 40 ravioli, per non perire assiderati lungo la via. Piccola considerazione sull’isola. Sospesa tra Europa ed Africa, delle due sembra aver assimilato alcuni piccoli peccati più che i pregi. A Malta non si fa la differenziata (e ciò mi fa venire il mal di cuore) ma ogni 100 metri un cartello segnala la necessità di raccogliere le deiezioni canine, che viene ovviamente snobbato. L’arredo urbano, in particolare i marciapiedi e le piazzette della città nuova, sono molto carini senza cadere nel freddo e moderno gusto berlinese, ma la manutenzione viene trattata come in una qualsiasi altra città levantina, come dire, a spanne. Infatti se per qualsiasi motivo è stato rimosso un pezzo di pavé, state per certi che al suo posto non ci andrà più l’elemento mancante, ma bensì una badilata di cemento. La possibilità di partire dalla City Gate con autobus moderni per tutte le destinazioni è un suo punto di forza che la rende l’isola molto vicina al turista che non vuole guidare a sinistra. Qui le macchine corrono all’inglese, nel senso che tengono la sinistra, e ad ogni attraversamento il rischio di venir spatasciati è elevato, ma grazie a ciò, ogni maltese sa come preannunciarsi in auto, ovvero tenendo il volume Stereo auto a livelli simili ad un concerto dei Megadeath. A Malta tutti fanno jogging, sulla promenade, da mattina a sera e quest’abitudine dista anni luce dallo stile di vita pigro della vicina e simile Sicilia.

Da giorni il mare è calmo, un po’ ventilato verso sera e già dal primo pomeriggio, abili surfisti si prodigano in traveste da sponda a sponda sfidando il mare. Dicono che a Malta ci sia un gran bel numero di esemplari Carcharodon carcharis, il temutissimo squalo bianco, di cui, come dimostrano alcune foto locali, il più grande esemplare mai pescato si trova immortalato (povero, così forte e feroce in vita, importante nella scala alimentare marina, come dice il Lemure), così molliccio e dall’aria un po’ pupazzesca, su un peschereccio, esanime…

Lunedì mattina, decidiamo di visitare l’antica e nobile città di M’dina (o Lmadina), città fortificata nel cuore dell’isola, antica capitale conosciuta con il nome Melita (mielosa) da cui Malta generosamente ha preso il nome. Per arrivare a M’dina bisogna acquistare un biglietto giornaliero che al costo di 1.50 euro ti permette di scorrazzare in lungo e largo per tutta l’isola. La corsa inizia a Sliema, e per circa 90 minuti il bus serpenteggia tutta l’area metropolitana, per poi giungere nella campagna costellata di fichi d’india e margheritone gialle. Dopo una decina di minuti, Vale mi fa notare come si chiama l’ospedale in maltese e scoppiamo a ridere: sptal (sembra un insulto) Mater Dei (e come poteva chiamarsi in una terra di baciabalaustre, con più chiese che in tutta Roma?). Lasciato lo sptal, il bus attraversa una terrificante periferia stile post guerra civile che poi apre su un’incantevole e verdeggiante brughiera incorniciata da muretti in pietra di tufo, molto caratteristici. Il cielo brilla di un azzurro quasi vitreo, solo un paio di nubi vagabondano oziose mosse da un debole venticello (strano, visto il carattere pruriginoso di Eolo da queste parti), siamo in piena estate apriliana. Guardando il paesaggio tutto fa veramente pensare che si tratti delle isole di Calypso, che ammaliarono Ulisse nel suo travagliato peregrinare verso Itaca.

Giungiamo a Rabat (altro nome tipicamente arabo dato alla città nuova sorta fuori i bastioni di M’dina) che ha tutta l’aria di essere un sobborgo dello shire inglese, costruito in tufo. Basse recinzioni e vivaci fiori incorniciano le abitazioni costellate di cabine telefoniche all’inglese. Persino un isolato avvistamento di guardia locale indossa un ibrido costume a metà tra il vigile inglese e la divisa dei carabinieri italiani. M’dina è cinta da possenti mura, il suo profondo fossato ora è un grazioso e moderno parco allestito per l’ozio e interdetto ai kalb (cani in arabo maltese) ma che in puro stile italico, vengono ignorati bellamente. Entriamo attraverso la Main Gate, la porta principale, subito dopo un portale barocco apre su un edificio a dir poco meraviglioso che ospita il museo di Storia Naturale ed il cui nome ha qualcosa a che vedere con Sant’Agata, adeso all’omonima chiesa. Una piccola sosta al caffè Gatto Morina di fronte alla chiesa, dove una giunonica signora divorava avidamente brioches e pastirizza mentre ci preparava i caffè. All’uscita iniziamo a passeggiare lungo le viuzze della ‘città del silenzio’ così chiamata perché famosa zona di ‘pensionamento’ dell’aristocrazia maltese che lasciava spazio al ricambio generazionale. Lungo la via principale, oscene ed inutili boutique vendono merletti inquadrabili, insieme ad oggetti in vetro altrettanto brutti, riproduzioni di cavalieri in plastica, argenteria vetusta e cavatappi fallici assolutamente fuori luogo. Unico negozio degno di nota, in fondo alla piazzetta, (dove i telescopi puntano la Valletta e le campagne limitrofe), in cui Vale acquista qualche oggetto in tufo, mentre io piastrelle in ceramica e null’altro. Passeggiata tra i viottoli color cremisi, una città pulita ed ordinata, dove spesso la semplicità di alcuni edifici contrasta le sinuose movenze dei cornicioni, dei balconi e delle inferriate barocche. Blasoni e state votive ovunque, ogni via è dedicata ad un santo, tranne una, a testimoniare la presenza musulmana in città, che si chiama Triq Mezqita, via della moschea. Fuori le mura si trova un piccolo e poco interessante museo dedicato al ritrovamento di una villa romana, con qualche statua dedicata al claudicante imperatore e un meraviglioso labirintico mosaico in 3D difficile da raccontare ma che illustra in tutta la sua elaborata e particolare esecuzione, la finezza artistica dei romani. Sono le due, la fame inizia a farsi sentire e la L.P. Ci suggerisce di recarci all’interno dei bastioni per un pranzo semplice e stuzzicoso, da Bacchus. Appena varcato il portale ligneo, ci sembra subito di entrare in una prigione. Ricavato in una cupa ex-polveriera a ridosso di un muro romano ancora ben visibile, di fronte alla scelta di pranzare nel buio carontico o nel soleggiato giardino, optiamo per la scelta due. Passiamo attraverso una sala ricevimenti addobbata stile ‘cresima’ casertana, vuota, sospesa tra l’eccesso di drappi e mantovane color paglia e la disattenta noncuranza verso il disadorno che ti riporta a nostalgici ricordi post cerimoniali. Un groppo mi prende la gola ancor prima di vedere il giardino, meraviglioso, curato, ma pur sempre dinanzi a questa sala funerea a ormai gettata in rianimazione. Solo io è Vale, una coppia di inglesi e null’altro. Vale chiede due prosecchi, il ragazzo annuisce e ci consegna i menù. Purtroppo restiamo intrappolati tra la triste notizia che il prosecco è finito e la presa di coscienza che sul menù per noi vegetariani, non c’è nulla, nemmeno la salvifica e ghiotta ftir a che ci avrebbe salvati. Il groppo diventa insostenibile e va peggiorando quando, scelte le portate, le vediamo comparire: quella che diceva essere un alleluja, ovvero una zuppa di mare da me scelta, risulta essere composta da due cozze, qualche altro mitile (sempre in due unità) che galleggiano tra le cipolle in una brodosa salamoia insipida, mentre Vale, che chiede una tempera di asparagi, si vede giungere un bastoncino verde su pugnetto di polenta molliccia… Ci scambiamo i piatti, nel mentre tre temerarie e attempate tedesche avanzano con il loro incedere kaisereriano verso il cameriere intimandolo di portare ‘threebigggbeerrr’… Vorremmo fermarle, ma è troppo tardi, pranzeranno in quel cimitero con portate da lager. Ecco, se un’immagine può ben rendere l’idea, è quella che spesso mostrano nei film dei funeral party in queste verdeggianti ville americane (si ma un funerale di una persona odiata, senza amici in un’abitazione dispera nell’Ohio…). Usciamo senza lasciare manco ma mancia, detesto i posti nouvelle cusine, soprattutto se piantai nel mediterraneo e limitrofi. Un’altra piccola passeggiata ci conduce alla fermata del bus, diretti a Sliema, passando verso Rabat, Birkirkara, Msida, Gezira e Spitaaaaal. Giunti in albergo quando il sole indizia il suo nascondino dietro ai palazzi ad ovest. Lasciati i sacchetti e ammennicoli vari, usciamo per andare in Santa Mrijia, dove il giorno prima era stato avvistato un negozio di antiquariato a basso profilo, un tugurio, insomma. Chiuso, come chiuso è il Coffe Shop in stile shabby, che vende saponi e creme in un contesto meraviglioso dall’aria total re-use. Tutto chiuso, è festa, gli inglesi anni e anni fa han lasciato l’isola mantenendola nel Commonwealth, ancora per un lustro prima di lasciare la giovane ed energica repubblica a sé stessa.

Stasera vorremmo cenare sul terrazzo prendendo cibo da asporto. Vale si galvanizza ed alle sette di sera già scalpita per andare da Gochi a rifornirsi di sushi da gustare con vino bianco maltese. Usciamo nel ventoso clima vespertino, ma il Gochi oggi è chiuso. Peccato, optiamo per un leggero e al tempo stesso succulento Wagamama che ci sfama a dovere. Due chilometri di passeggiata verso il nostro albergo e la consapevolezza che la vacanza volgeva a termine. Il giorno seguente una sveglia all’alba richiamava all’ordine i nostri prodi, via di corsa con buio pesto, bus X2 verso l’aeroporto di Luqa, 70 minuti circa per scoprire che l’aereo aveva oltre un’ora di ritardo… Pazienza, il ricordo di questa bella gita fuori porta resterà impresso come i colpi di scalpello nel granuloso e malleabile tufo, nei nostri cuori.

 

Moyseion

Graphic Designer/Publisher

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