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Thailandia, back again

Thailandia, back again

È una fredda viglia di Natale, una mattina parzialmente soleggiata quella che fa da cornice alla nostra partenza, un regalo ricevuto da Vale che, nonostante la mia fiera opposizione, non sono riuscito a dissuadere. Partiremo per un viaggio esotico nel cuore dell’inverno. La destinazione finale sarà la Thailandia e con noi ci sarà anche l’inseparabile Teo, amico ed ago della bilancia (non la sua) di queste impagabili avventure come dire, un poco naïf.

Della Thailandia nel mese di agosto del 2006, con Beatrice, conservo un bel ricordo. Un viaggio nel vero senso della parola, quello in cui, con mezzi differenti e talvolta di fortuna, ci ha portati fino in vacanza che ci ha spinti fino in Malesya, varcando il confine a piedi, passando per bettole, magoni cinesi e mercati di paccottiglia della più svariata natura e consistenza. Era stato un viaggio a metà tra la cultura e il relax, cosa che come ben immagino, stavolta sarà diverso. A caval donato…

Matteo e Vale avevano piani ben studiati e soprattutto erano fermi sulle loro posizioni; mare, innanzitutto.

Tutto ha avuto inizio, a voler essere precisi, al mio 41esimo compleanno, quando ricevetti questo regalo. Mi sembrava troppo, mi sembrava bello, persino immeritato. Poi, non amando ricevere regali, restai un po’ basito.
Un paio di prima di partire – unico o forse raro caso che io ricordi – ci siamo trovati io e Teo a prenotare un albergo a Phuket, per evitare di girare per alberghi di sera in un’isola in cui il sole tramonta alle 17… Buona la prima soluzione, Baba House Hotel, vicino a Phuket Town, equidistante più o meno da tutte le spiagge fruibili.

Alle 8.30 Valerio viene da me, facciamo i conti con l’ansia di dimenticare qualcosa di importante (per me cappellini e occhiali da sole, profumo e parei) mentre per lui caricatori elettrici, batterie, cavi, alternatori, lenti e videocamere, insomma, tutto il necessario per trasformare un qualsiasi luogo del pianeta, la nella sua casa domotica e tecnologica, al solito, sulla stessa linea d’onda.
Teo ci raggiunge di li a poco, e cosi si parte. Nei pressi di Malpensa, oltre ad un aria fredda parecchio irrespirabile, si notano ai bordi delle strade tracce di neve caduta pocanzi, mentre la osserviamo titubanti, ci sfiliamo il giaccone per lasciarlo nel bagagliaio dell’auto ed evitare di portarle pesi e volumi inutili ai topici. Battere i denti è per me come tenere il ritmo di marcia. Sogno di essere al chiuso, in un qualsiasi posto per non sentire più freddo di quanto ne possa sopportare.
Penso a quelle ultime ore prima della partenza e cerco di fare astrazione dal micio Bispirlin, che come ogni santo momento in cui devo partire, fa in modo di combinare una, tanto da farmi correre dal veterinario il giorno prima per una stomatite che ho temuti si trattasse di avvelenamento. Ai controlli in scopro una cosa sconcertante. Durante la visura elettronica del passaporto e la radiografia al volto, vengo costretto a sostare una decina di minuti di fronte allo schermo. I miei compagni di viaggio passano nel giro di pochi secondi, mentre io devo sostare in attesa del ‘via’. Matteo, che da dietro l gabbiotto della polizia scruta i monitor, vede il mio viso confrontato con almeno una dozzina di ricercati, dall’aspetto iracondo, baffuti, calvi, alcuni addirittura africani e per non parlare di camuflage in puro stile Hamas anni ’80, ma la cosa più non-sense, che lo fa scoppiare ridere sembra essere il confronto con donna in carne di etnia andina… io ignaro, scopro tutto dopo essermi rimpossessato del mio passaporto. Sull’aereo Thai, con tutte le gentilezze del caso, veniamo fatti accomodare presso l’uscita di emergenza, allineati, dietro ad una coppia di ragazzi che avevano l’aria della luna di miele al testosterone. È Natale e con un po di nostalgia ce ne rendiamo conto propio quando l’ansia della partenza scema per dar posto ad intere ore di tempo libero, all’organizzazione, ai sogni. Estraggo dal mio zaino il regalo di Natale per Vale, ovvero un soggiorno di 3 giorni a Venezia con Pongo, in treno. Lui strabuzza gli occhi, si immagina già l’animale in una città d’acqua… Io al solito me la dormo, Vale pure, e Teo non è da meno. Tra un pasto e un pisolino, tra un film e una partita a videogame sul display di bordo, arriviamo a Bangkok. Sono le 6.30 del mattino ed ottemperati i vari obblighi e procedure di controllo, acquistiamo carta telefonica Sim thailandese della durata di 15 giorni.Percorriamo il corridoio principale dell’aeroporto. Suvarnabhumi ci accoglie con il suo elegante grigio intervallato da statue dorate, iccoli templi in stile asiatico e statue Yaksha a volte maschili, a volte femminili. All’interno dell’aeroporto l’aria è pungente, fresca, quasi fastidiosa, ma la vera sorpresa ancora ci si deve mostrare. Aperte le porte, una vampata di almeno 25 gradi, umida, pesante, al sapore di piombo. I due tabagisti si lanciano su due sigarette a testa di colpo, cosi da sopprimere l’astinenza forzata. Cambiamo una manciata di soldi per eventuali spese di trasferta, per poi scoprire che il trasferimento all’aeroporto Don Mueang, è gratuito. Facciamo tutto di corsa come se ci mancasse il tempo (visto che è solo mattina ed il volo per Phuket sarà alle 15). Giunti ai voli domestici, sostiamo in un barettino a metà tra le casse in lamiera che fungono da uffici nel cantieri edili (rivestita in bambù) e un distributore di benzina. Ci facciamo preparare delle omelette che abbinate ad una salsa gelatinosa rosso trasparente (che diventerà il mio must-have per tutta la vacanza), le rendono più ghiotte. Dopo aver passeggiato, gironzolato, oziato, pisolato e quant’altro in ogni angolo del Don Meuang per la bellezza di 4 ore, finalmente partiamo alla volta di Phuket. Circa due ore in cui cerchiamo solo di immaginarci la bellezza sognando ad occhi aperti. Prima di imbarcarci ci viene fatto notare che possiamo imbarcare solamente 10 kg di bagaglio, più un piccolo bagaglio a mano di max 7 kg. Peccato che a parte me, gli altri due sforano, e non di poco. Pper cui preso possesso di un check in incustodito, ci posizioniamo a pesare e smembrare – a mio sfavore – i loro bagagli. Alla fine, con sorrisetto arcigno la hostess ci fa notare che siamo perfetti, 10 kg a testa, beh, siamo quasi impazziti per arrivare a quel risultato, considerando che tutte le pese davano risultati differenti. Sulla Lyon Air non ti offrono nulla, una sorta di tirchieria assoluta, quella che trasforma qualsiasi compagnia aerea low-cost, in una cafonata ormai globalizzata, come se offrire un caffé, ma che dico, un bicchiere d’acqua estratta da un termos con una bustina di thé possa creare un buco alla compagnia; cosa a cui ci siamo ormai abituati ma che comunque mi sembra estranea culturalmente, da italiano, come non offrire un caffé ad un ospite…
L’aeroporto di Phuket è modesto se paragonato all’internazionale di Bangkok, ma funzionale. In pochi minuti siamo fuori all’ingresso degli arrivi. È starno, la brezza piacevolmente calda soffia in direzione di percorrenza delle auto taxi che che vanno da destra a sinistra, laddove si trova il parcheggio. Io trattengo i bagagli sul carrello mentre Teo e Vale, mettono praticamente a repentaglio la loro vita fuori dal marciapiede per poter fumare (essendo su di esso vietato). È cosi che Teo fa il gesto a Vale di avvicinarsi, che nel frattempo ha recuperato il ticket per prenotare il taxi. Abbiamo davanti a noi qualcosa come 54 chiamate in attesa… Sembra un tempo insopportabile per la nostra ansia da mare, ed è cosi che Vale, sfidando i divieti della polizia, ferma un taxi che per 700 bath (36 BHT = 1€) ci portano al Baba Hotel. Scopriremo poi, che quella cifra – che sembra esagerata – in realtà è in linea con le tariffe dell’isola. La cittadina di sera sembra piacevolmente calma, animata da pochi motorini e qualche tuc-tuc che a tutta velocità sfreccia in ogni dove. Al momento non sembra per nulla caotico di come ricordavo la viabilità thailandese. Sulle strade compaiono locandine giganti in ogni dove che mostrano la foto del nuovo re Vajiralongkorn Rama X con le sue enormi orecchie e l’aria da hangover in abiti reali, che augura buon anno o semplicemente si mette in bella mostra nei suoi paramenti dorati, L’ultima volta che sono stato in Thailandia regnava l’amatissimo Bhumibol Adulyadej. Oggi corre l’anno 2561 (2018+543 anno della morte di Buddah). Mezz’ora e siamo in albergo. Il B.H. ha un aria moderna, con dettagli coloniali, come persiane giganti in legno, colori abbinati elegantemente che vanno dal canna da zucchero al blu vietnamita. Una fontanella ci accoglie all’ingresso con cordoli, aiuole e giardini multicolore distesi intorno alle immancabili San phra phum (case degli spiriti) in cui spiriti guardiani vi risiedono con il compito di vegliare e proteggere le persone che vivono nell’area, il cui retaggio non affonda culturalmente nel buddhismo, ma che risale alle antiche credenze animistiche a di origine hinduista e cinese, che si sono successivamente integrate con il credo locale. La camera è al 4° piano e si mette in bella mostra su una piscina blu rivestita in ceramica. Una camera cosi bella non ricordi di averla mai frequentata in vita mia, con tre letti giganti, candida, comoda, con cucina e bagno iperattrezzato, il tutto per soli 2000 bht a notte. Resteremo per due notti, sempre che si possa riuscire a trovare un’altra sistemazione altrettanto comoda. Il tempo di sistemarci, riordinare idee, mettere in carica i telefoni ed espletare formalità di registrazione e in mezz’ora siamo di fronte ad una strada, ora si, parecchio trafficata su cui si affacciano un paio di family restaurant. In bagno c’è pochissima acqua e ci informano che arriveranno delle cisterne per rifornire la struttura. Il primo proprio di fronte che diverrò il nostro punto fermo per il soggiorno a P.T., si chiama ‘A little bit’, gestito da un affaccendatissimo gentil signore, che ci accoglie con il caratteristico gesto elegante e genuino del portale i palmi delle mani a mo’ di preghiera, con le dita che si sfiorano dolcemente vicino alle labbra per pronunciare la cantilenate formula del benvenuto: Sawadee kha – benvenuto. Il signor maître ci pone un menu minimal, chiaro, con poche portate che scopriremo insieme essere squisite; fish ball, tranci di pesce, path thai, un piatto composto da spaghetti di soia, arachidi, verdure, gamberetti, e le immancabili patatine fritte. Tutto ottimo, persino il conto sembra nettamente inferiore alla qualità della cena, 600 bht. Mentre siamo ancora seduti, arrivano tre autocisterne di acqua, che faticosamente riescono ad entrare nel grande parcheggio . Salutandoci, involontariamente l’elegante signore ci insegna a ringraziare mantenendo la stessa posizione delle mani, ma pronunciando ‘ko khun khrap’ – grazie. Sembra che Vale abbia intenzione di impararlo a memoria, perché chiede più e più volte di ripetere quel suono simile ad un singhiozzo di cui io non riesco nemmeno a capire la metà delle lettere pronunciate, figuriamoci l’ordine di pronuncia.
Sazi, ora ci dirigiamo evitando le macchine che arrivano da ogni dove, in un Family Mart aperto h24 per acquistare biscotti e quant’altro possa servire per la colazione, da accompagnare alla fedelissima caffettiera Alicia trasportata dall’Italia. Due cassiere poco presenti mi dicono di non avere biscotti, ma Teo ne trova diverse confezioni sbadatamente dimenticate dalle amebe congelate dagli inutili 17 gradi di a.c. mantenuti nel supermercato. Di ritorno, a Vale viene dato di rientrare in camera per eseguire con tutta la sua lentezza le abluzioni di rito. Esegue e ci lascia, mentre io e Teo passeggiamo verso un coiffeur gestito da due ragazze ancora aperto. Sono le 21.30, chissà se ha voglia di tagliarmi i capelli. Breve Resoconto: entriamo, chiedo la disponibilità che mi viene accordata. Ci accomodiamo su una panchina in legno la cui scricchiolante ondeggiatura miete seri dubbi sulla resistenza. Al taglio c’è un ragazzo i cui capelli vengono perfettamente sezionati da un’esperta thai molto bella che indossa, per motivi igienici una mascherina (per poi scoprire che invece non esiste il lavatesta e le salviette utilizzate per i clienti sono sempre le stesse, alla faccia). Appurato proprio dopo 15 minuti da me stesso, mentre è il turno di un ragazzino che verrà bellamente rapato a zero, dopo avergli posizionato la stessa salvietta del precedente cliente… È davvero brava e precisa mentre combattiamo con colpi di sonno e battute su un eventuale risultato, l’occhio cade su l’estetica del locale. Beh, ci sarebbe davvero voluto ben poco a risistemarlo con pochi bath e un po’ di gusto. Pazienza. È il mio turno, a lei mostro una foto sul cellulare per farle vedere il taglio che vorrei, lei capisce ed inizia minuziosamente ad operare. È visibilmente in ansia da prestazione, ed io continuo ad annuire per tranquillizzarla (ne va del risultato finale); l’unica cosa che non vorrei è di un uscire con un’orecchia mozzata. Teo alle mie spalle mi filma e se la ride, per lui è un esperimento sociale, mentre per me una normale azione di rimodernamento del look in salsa indigena. Circa 15 minuti e mini massaggio alle spalle finale, ed il taglio è completo, il tutto per soli 200 bht. Ko khun khrap!
Zampettiamo fino all’albergo, sento l’aria fresca che mi tocca la nuca ma non mi preoccupo. Sono in ordine!

26 dicembre 2018
Sono 7.30 del mattino, Teo si sveglia per primo. Abbiamo dormito tantissimo, com al solito, congelati dal suo vizio dell’a.c. utilizzata a dismisura, una moca scoppiettante programmata la sera precedente avvolge tutta la camere della sua aroma italiana. Tre sedie sul balcone, un tavolino e Vale che tarda a svegliarsi. I biscotti al burro e le loro 4 sigarette di fila. Il risveglio che accomuna tutte le nostre vacanze sembra essere lo stesso, in qualsiasi angolo di mondi ci troviamo, il che rende tutto molto bello, confortante ed unico allo stesso tempo. Pronti gli zainetti la fregola del mare, la voglia di sole che tanto è mancato. Su indicazione della receptionist gravida, percorriamo circa 400 metri in direzione del Tesco Lotus, un non propriamente centro commerciale dove ci sono banche, supermercati e taxi per andare alle spiagge. La banca risulta ancora chiusa, prirà alle 10.30. Ci appoggiamo ad un piccolo caffé simile ad un chiringuito dove una nero caffé americano e qualche succo ci terranno compagnia. Cambio in banca, poi per una congettura astrale particolarmente favorevole mi lancio su un taxi da cui è appena scesa una signora diretta nel market. Pr 400 bht andremo in direzione Rawai, ma una volta da quelle parti, appena passato il fish market, il taxista decide di portare a Nai Harn Beach, un poco più lontana ma molto più bella. Incredibile la bella e la piacevole sensazione del sole che picchia sulla pelle. Picchia cosi forte che persino io me la sento di in prendere a noleggio un ombrellone. Alla modica cifra di 100 bht ne noleggiamo uno da un annoiatissimo bagnino intento a guardare dei video allucinanti di musica altrettanto allucinate sul telefonino. Nemmeno mi guarda in faccia, intasca i soldi e con gesto automatico mi indica dove prendere il più grande ombrellone a disposizione, rosso, bello rispetto a quelli micro che si vedono disseminati sulla spiaggia. Lo piantiamo con non poca fatica. Primo bagno tra risate grasse e un quella divertente cantilena che diverrà il lait motiv della vacanza, quella di mandare a f— ogni singolo giorno a partire dal 3 di settembre che ci farà spanciare dalle risate….
In mare ci sono dei tipi davvero strani, per la maggior parte russi o dell’est Europa, con la loro innata rude classe, catenazza d’oro e croce, tatoo ovunque (in genere uomini e donne ospiti in Thailandia sono foderati, origine geografica a parte). Le loro urla gutturale, il modo in cui si chiamano, in maniera cosi preisotorica; una famigliola inglese che sbevazza birra in lattina mentre saltellano in acqua (minorenni compresi) mentre in lontananza in nostro ombrellone, magicamente non c’è più… esco di corsa, temo un furto, invece mi attende una signora russa che mi addita dicendo che quel ombrellone è suo! Le piego che me l’anno affittato i bagnini, discutiamo e se non smette di darmi del ladro, le faccio volare i capelli biondi su per le onde come delle piume di gabbiano. Si avvicina le figlia che si scusa per l’irruenza materna ed insieme andiamo dai bagnini. Lui al momento cerca di negare, ma insieme capiamo che è stata una mossa poco felice da parte di quel pirla di ragazzetto, che per riparare all’inconveniente me ne da altri due piccoli… pazienza. Nel frattempo, mentre in tre cerchiamo di piantare i pali, davanti a noi si posizionano 3 ragazzi israeliani, due giovani ed u terzo più anziano e cicciottello. Nel puro stile strafottente, fumano in barba ai divieti (almeno raccolgono i mozziconi) ed arrivano anche a sistemarsi le impurità della pelle l’un l’altro… Il mare galleggia un facocero soprannominato Ursu, una sorta di cro-magnon con mandibola mussoliniana e una catena che nemmeno ai carcerati della Cayenna, con Golgota e due ladroni appesi al collo, roba da riserva aurea di Fort Knox.
Una breve passeggiata per mangiare qualcosa dei baracchini in spiaggia, con 500 bht si pranza, infine del jack fruit finalmente, di cui conservo tutti i semi da poter portare in Italia. La giaca – che qui chiamano kanoon – produce un frutto di 50 kg, gustoso, fibroso che se cucinato ricorda il sapore e la consistenza della carne. Al momento possiedo 9 semi, due li ho persi per strada e ancora non mi perdono quella perdita.
Dietro di noi, una madre altamente scema, ma scema vera, obbliga e si compiace delle contorsioni acrobatiche della figlia di poco più di 5 anni che si mette in bella mostra con piroette, verticali, spaccate, e che narcisisticamente espleta più e più volte redarguendo la madre quando le foto non l’aggradavano. Tutto sotto gli sguardi di sconosciuti di cui non si sa bene cosa li abbia spinti in Thailandia. Il sole picchia forte, e per essere il primo giorno, già sento la pelle come se fossi stato ospite di Lucifero al Bolgia.
Un van a 500 bht ci riporta a P.T., dove, ancora coperti di salsedine e sabbia, andiamo dal signore ‘Little bit’ e consumiamo un’ottima cena. Sul mio diario di viaggio, viene annotato con caratteri latini e thai BAAN RIM PA, ma ad oggi non ricordo cosa significhi. Il gentil signore, su nostra richiesta, ci fornisce il numero di un suo conoscente che fa da driver e domani ci preleverà alle 9.30. È stata una giornata davvero bella e divertente; sono felice di trovarmi con loro ovviamente, due persone a me molto molto care. Prima di dormire faccio l’esercizio della gratitudine, ovvero ripenso alle persone a cui devo dire grazie per un sorriso, una parola inaspettata e/o un complimento, e mi vengono in mente molte persone, dal taxista, ai miei amici, al proprietario del ristorante. I grazie sono infinite. Notte Phuket.

27 dicembre
Notte difficile, perché ho i brividi da insolazione e da a.c. All’orario concordato ci faremo trovare giù, dopo un caffé e un risveglio tutto sommato non male se paragonato alla notte. Oggi corre il nostro anniversario, il settimo e la cosa mi fa sorridere, cosi tanto tempo, tante esperienze, mi sento inavvertitamente più felice ancora. Il driver si presenta, Pranya, parla un inglese tutto sommato comprensibile, nel suo abitacolo ipertecnologico dove tra telecamere disposte negli specchietti retrovisori, iphone e quant’altro ci spiega il legame ventennale con il ristoratore.
Dopo 40 minuti arriviamo a Patong, la Sodoma thailandese, che persino alla luce diurna non riesce a nascondere l’aria peccaminosa che la notte si è appena portata con se. Un tripudio di insegne, oggettivamente brutte, pareti con tigri in 3D, orrendi locali maleodoranti si susseguono lungo tutti i marciapiedi, da cui fuoriesce odore di alcol e piscio ammorbante persino se si cammina ad una certa distanza dal marciapiede. Patong è composta da due vie parallele che tracciano la forma della città seguendo la leggera curva della spiaggia. Passeggiamo, ma già non ci convince. Tutto sembra spudoratamente costare il doppio rispetto ad altrove, e persino una banalissima informazione si trasforma in un complimento miagolato a sfondo erotico con tanto di carezza. Troviamo una bancarella con dei pinocchio in legno di svariate misure. Chiedo il prezzo, una cifra parecchio più altra di quello che ci saremmo aspettati e così la contrattazione cade. In Presso un negozio di scarpe, mentre Teo chiede informazioni riguardo numeri e costi, un ragazzo thailandese non più alto di me, mi accarezza un braccio e con voce flautata mi solfeggia un complimento seguito da uno strofinamento del suo palmo sul mio avambraccio, lo allontano. Valerio che si trascina come suo solito svegliandosi almeno due ore dopo di noi, ripete ogni qualche metro l’aportropaica richiesta del caffè. Sbagliando, ci fermiamo al primo cafè rest che troviamo, di fronte ad una assurdo e brutto albero di Natale. Tempo di consumare e spendere ben 1000 bht per 3 caffé e due pancake e decidiamo di andarcene di li. C’è una linea di bus che passa da Patong diretta a P.T. e che si ferma a Kata Beach; ce lo confermerà un ragazza che lavora ad un Mc Drive che ci conferma appunto la fermata. Passerà tra mezz’ora. Zampettiamo di nuovo per valutare se il venditore ha deciso di abbassare i prezzi ma l’irremovibile non demorde, ritorniamo verso la fermata del bus, ma per pochi minuti, il bus già veleggiato via. Per cui sosta forzata all’ombra del Mc Drive. Poco dopo, mentre oziamo nella speranza che arrivi, mi si avvicina un ragazzo alto con occhi verdi, che mi indica, sorride, e si presenta dicendosi dubaiota. Lui mi fa notare che indossiamo la stesa canottiera a righe blu e bianche, identica. Peccato non essersi fatti una foto. Bene, il bus arriva, fa finta di fermarsi, ma non lo fa. La vera fermata è a circa 150 metri da li e per non perderlo, devo mettermi a corre a tutto fiato, inseguito dagli altri due. Saliamo, tre biglietti. e via per Kata. Un po’ mi è dispiaciuto per i pinocchietti, ma come mi fa ben osservare Teo, con la Lyon Air, non possiamo permetterci nemmeno 10 grammi in più visto l’episodio dell’imbarco da Bangkok. La spiaggia di Kata è bella, con i suoi ombrelloni battuti dal vento ed i lettini ammassati li uni agli altri. 100 bht ed abbiamo un solo lettino ed un ombrellone. Appena raggiunta l’acqua, Teo inizia con quel rosario di benedizioni che chiameremo fucktheday…. da morire dal ridere. Aggiungiamo poi il fatto che, voltata la testa, notiamo una famiglia di indiani oversize che rotolano sotto l’urto delle onde, due uomini mostruosi, inquietanti espressioni facciali, anelli mancati nel vero senso della definizione, in cui l’ipertricosi si arresta solo lungo le orbite degli occhi. Ebbene si, diciamo che loro cattureranno parecchio la nostra attenzione durante tutta la giornata per le notevoli performance animalesche. Dopo circa un’ora di vivace insolazione, dopo essermi accovacciato come Pongo ai piedi dei loro lettini, Vale mi dice che una simpatica coppia di tedeschi lo aveva appena intimati di andarsene dalla loro area con un ‘go away’. Raggiungo Teo in acqua precedendo Vale che si è appena rifocillato di frutta, sembra sempre irrequieto, come se avesse un altro lui nel corpo da sfamare, ma una volta in acqua, ad entrambi assale un dubbio: c’è una signora che è la copia femminile di Matteo, con qualche anno in più, ci mette seriamente in difficolta, mentre lui ci da dei cretini… Una volta usciti, recuperiamo un altro lettino – sempre troppo pochi, visto che siamo in 3) ed io devo restare per terra, di nuovo, sulla sabbia rovente. Per cena ci fermiamo ad un Family Retaurant a Kata, un edificio semplice che da sulla strada in cui prevalgono i colori verde e giallo fluo e ci posizioniamo nel cortile leggermente più all’interno, dov’è possibile fumare sotto ad un tendone, tra una svariata moltitudine eterogenea di persone ingoiano a due mani ogni sorta di portata. Resto impressionato da due ragazze cinesi di fianco a me che riescono ad ingoiare una quantità di cibo degna di una squadra di muratori.
Al rientro, consegno a Vale un pensierino di anniversario, lo zainetto stampato con i nostri ritratti fatti da me, come da rito.
Notte placida e sempre rassicurante quella che si assapora dal nostro balconcino, dove in lontanaza scorgiamo l’enorme statua del Buddah che sovrasta la baia e guada verso il mare dandoci il suo fianco sinistro…

28 dicembre
Il gallo qui, forse per via dell’emisfero di appartenenza, inizia a cantarsela già alle 4 del mattino, anticipando così il risveglio. La giornata oggi si svilupperà cosi: alla modica cifra di 1000 bht viene concordato il prelievo di fronte all’albergo in direzione Tempio di Buddah – Tempio Baba – Surin Beach.
In una manciata di minuti ci troviamo nel parcheggio del Big Buddah, dove cosce scostumate e spalle troppo perniciosamente esposte vengono coperte da sarong donati dai controlli buoncostume. Dal parcheggio si percorre un breve viale con numeroso bancarelle che vendono snack, bevande e souvenir. Da qui si accede alla sala meditazione. All’ingresso della sala ci sono numerosi stand dove si vendono amuleti, bracciali, ciondoli, statuette, fiori, incensi, così come diversi modi per fare offerte per la costruzione del Big Buddha, tra cui piccole piastrelline in marmo da autografare o sagome di squame per il dragone che costeggia le rampe, a 300 bht cadauna. Nel salone, adagiato su un piccolo trono leggermente rialzato dal pavimento, dietro a una filata di ciotole eed anfore in terracotta, ben sigillate, che ricordano i vasi canopi, un Maestro buddista elargisce benedizioni, lanciando con un frustina di pagnia fiotti d’acqua contro i neofiti, per poi allacciare un bracciale multicolor al polso del benedetto. Il Big Buddha di Phuket è una statua bianca di circa 45 metri che si trova sulla cima più alta delle colline Nakkerd di Ao Chalong. Visibile da quasi tutto il sud dell’isola, il Big Buddha è una delle attrazioni più popolari di Phuket fin dal 2000, anno della sua costruzione. Il suo vero nome è Phra Putthamingmongkhol-akenagakhiri, da cui si può ammirare un panorama impressionante che si perde sulle spiagge di Kata, Karon, Phuket Town e Rawai.
La costruzione è ancora in corso, con aggiunte infinite attorno alla base, come una grande scalinata ed un ampio parcheggio.
Il progetto è interamente finanziato da donazioni. Inoltre, per i buddisti thailandesi l’offerta in denaro ad un tempio è una forma molto sentita per acquisire meriti, molto affine al nostro ecumenico credo. In ogni caso, è molto bella. Per accedere alla scalinata principale, se ne deve percorrere una più piccola dove è possibile notare diversi alberi completamente ricoperti di foglie di ottone, su cui è scritto un desiderio, un sogno o una preghiera. Il loro tintinnio generato dal soffio del vento ricrea una soave musica, rilassante, di quelle melodie che di fanno sentire parte stessa di quel meraviglio altare. Saliti in auto, ora si visiterà il famoso Wat Chalong, costruito nel 1837 durante il rengo di Rama V e ubicato a circa una decina di chilometri della città di Phuket.

Giunti al primo tempio, un sorta di mega cono\parigina in mattoni crudi, inizia a sparare petardi e bombette fumanti, tanto che ci fa saltare per aria dallo spavento. Io e Teo ci addentriamo, preleviamo qualche foglietto con indescrivibili vaticini e usciamo a cercare Vale che nel frattempo ondeggia scattando foto come un giapponese. Tutto il sacro complesso è composto di diversi edifici e giardini molto curati. Tra i primi, spicca per importanza il grande ‘chedi’, una sorta di alambicco in vetro gigante, ai cui piedi giacciono molte banconote mosse dal vento he riesce ad infilarsi tra le fessure delle pareti che circondano – quello che scopriremo solo una volta scesi – un frammento delle ossa del Buddha. Ormai tra denti, ossa ed altri frammenti del povero sant’uomo, credo se lo siano giocato a puzzle…
Strada facendo Vale chiede dove acquistare il kanoon, ne va ghiotto e Pranya si ferma ad un baracchino della frutta, sprovvisto però, ma da cui però compriamo mini banane e il frutto del drago, un’opera d’arte in estetica e sapore. Secondo stop in un family market dove acquistiamo arachidi, bottiglie d’acqua e finalmente del saporitissimo kanoon sottovuoto. Mentre sono in attesa di pagare mi cade l’occhio sullo scaffale dei giocattoli dove vedo un mucca gonfiabile di quelle che utilizzano i bimbi per saltarci sopra e mando la foto alla Manu; il giorno di partire in una svendita di un negozio, ne abbiamo vista una a 40 €, qui 250 bht… Le due cassiere sono uno spettacolo, una in thai-style indossa sulla testa le corna da renna in velluto rosso, in un anacronistico mood natalizio che stride coi 35° esterni, mentre la collega, indossa un niqab islamico su cui svettano due corna rosse luminose da diavoletto, cosa cosi dissacrante che in altri paesi del golfo le sarebbe valsa la testa… Risaliti in auto, dopo circa mezz’ora arriviamo a Surin. Davvero un una spiaggia meravigliosa! Si presenta in tutta la sua naturale bellezza, parecchio più grande delle altre, una mezzaluna dorata incuneata tra un mare trasparente e una verdeggiante flora che alle sue spalle lascia fuoriuscire alcune palme che si adagiano verso il mare, affiancate da pini marittimi. Mentre ci sistemiamo, Vale fa cenno in un angolo remoto della spiaggia da dove – mettendo bene a fuoco – vediamo l’indiano Gonzo di ieri stavolta alle prese con una goffa asciugatura che in poco tempo lo porta ad avvolgersi in un telo sottoascellare tipico delle donne, ma con barba, baffi e molto altro ancora. Anche oggi, riusciamo a ‘sfanculare’ una serie di giornate tanto da arrivare ai primi di ottobre. Si resta in spiagia fin circa le 18, per poi scoprire che quel genio di Pranya non è disposto a venire a prenderci per via del traffico, così che si zampetta alla fermata dei taxi. Li avviene il primo rimbalzo in direzione di un altro pit-stop gestito da una donna che, invece di aiutarci, ogni qualvolta le chiedo se ha notizie del mezzo che avrebbe dovuto trovarci, rifugge dandoci le spalle al grido di ‘five minutes… Phuket Taaaawn?’ come se la nostra destinazione la sentisse per la prima volta da che, mezz’ora prima abbiamo chiesto disponibilità. Dopo oltre un’altra mezz’ora, molti tentativi di acchiapparla per avere una risposta, lei si è fatta ancor più fuggitiva. Altre due snob milanesi si avvicinano con lo stesso problema, ma con altre direzioni in programma, e da che si dicono disposte a condividere il viaggio con noi, alla prima possibilità di risolvere il loro problema, ci danno le spalle e se ne vanno con altri turisti… e ci scaricano. Alla fine cambiamo area, spostandoci di una trentina di metri, dove in pochi minuti recuperiamo un mezzo e rincasiamo. Rientrando, in una telefonata a suo padre, Vale, con linguaggio alcaponesco sibila al telefono ‘…Papà, qui il pesce si mangia come le lenticchie…’ (chiara risposta al padre che chiedeva se avesse già mangiato pesce). Ceniamo dal signor ‘Little’ dove veniamo serviti dalla figlia in aderente abito bianco e dal figlioletto, prodigo e solerte che ad ogni portata sfodera un sorriso che esalta la sua semplice solarità. Salto per biscotti al minimarket. La sera, sfasciati, tiriam tardi mirando il cielo notturno, ridendo della giornata e pensando a quale spiaggia sarebbe stato il caso di visitare, in previsione poi, di stabilire la visita alla madre di tutte le spiagge, Phi Phi Island, da pianificare necessariamente attraverso un’agenzia. Notte.

29 dicembre
Caffeeè, sveglia e di nuovo al Tesco per cambio cash/soldi. Stasera massimo domani dovremo riuscire a prenotare e pagare l’uscita a Phi Phi Island. Il Lemure zoppica, dev’essersi fatto una piccola distorsione ed è cosi che nel solito angolo bar, piagnucola e il proprietario gli offre del ghiaccio in un sacchetto in plastica ed una crema che dice essere miracolosa. in effetti, Matteo, che da giorni accusa un crampo alla spalla, ne spalma un poco e resta qualche minuti a bocca aperta, forte sensazione di bruciore, almeno cosi dice lui, perché io provandola, non sento nulla. In attesa di cambiare, presto attenzione alla tv accesa al fianco degli sportelli, dove danno un film il cui protagonista principale è un labrador pasticcione uguale a Pongo, e mi fa salire un’enorme nostalgia. Le ragazze mi sorridono e guardando la foto del passaporto, si danno di gomito e mi chiedono dove siano finiti i miei lunghi capelli. Fermiamo un taxi dall’altra parte della strada, Vale già si sente meglio e con i soliti 400 bht andiamo a Nai Harn Beach, dove per prima cosa, parte alla ricerca di un paio di infradito ‘comode’. Rientra deluso. Non trova il numero di un modello che gli piace, molto strano in un paese dove si usano solo infradito. Risale dalla spiaggia ed arriva a comprarne un paio di un numero in meno. Cercheremo, tra sole relax e f___k song di risalire prima del tramonto per cenare al fish market di Rawai, poco distante da Nai Harn Beach, dove ci portano per 250 bht. Appena scesi, chiedo a Vale se vuole scambiare le sue infradito con le mie, che saranno certamente più comode e morbide: accetta. Cosi io numero 39 mi trovo a girare con un 41 e lui 43 con un 39… contenti e felici cosi. Devo dire la verità, nonostante insistano per andare a cenare in quel posto, io faccio un po’ di velato ostruzionismo. Non mi piacciono i mercati del pesce, soprattutto se vengono esporti ancora vivi ed in attesa di essere selezionati per essere cucinati, talvolta vivi, come nel caso delle aragoste. Mi innervosisce la cosa e lo do ben a vedere. Bastian-contrario tanto che qualsiasi spumeggiante tentativo dei miei due compagni di gustare qualche prelibatezza particolare, come dire, sfuma. Scelto un ristorante in cui veleggia una trans dai piccoli seni sodi, tipico di chi nel reggiseno ci infila la qualunque per sostenere un paio di coppe della seconda. il riso thai non mi fa impazzire e l’omelette è pietosa. Assaggio i fritti presi da Vale e Teo. Come suo solito, il siciliano, che impazzisce per la cucina ittica ordina una quantità di cose fritte che potrebbero stendere con un impennata di colesterolo chiunque. Passeggiata per l’antistante spiaggia in cui ci sono dei caratteristici variopinti pescherecci thai chiamati kolae, bancarelle con ninnoli in conchiglia, tutti uguali e qualche negozio ayurvedico, per non parlare poi degli accessori da mare dove vengono esposte ciabate in silicone a forma di pesce, dei più svariati modelli. Un taxista con aria monella ci carica e in pochi secondi ci accorgiamo di essere saliti su un pazzo che non accenna a decelerare, facendo sentire ogni frenata, virata con effetto quadruplicato. In men che non si dica siamo al Baba House, da dove, dopo circa mezzora riusciamo a prenotare, pagare e salire in camera per preparare la partenza all’indomani alle 7.45.

30 dicembre
Risveglio più o meno in orario ma senza però farci mancare la telefonata del centralino che ci avvisa essere già arrivato il bus per prelevarci. Stanotte non ho dormito, praticamente non ho chiuso occhio e mi sono letto dalla battaglia di Waterloo alla legge Salica, da Isabella II al vulcano Krakatoa, che in questi giorni è tornato a farsi sentire. Scendiamo di corsa e per ultimo Vale. Sul bus due giapponesi super coperte e super cool, insieme a due afroamericane dagli artigli di 5 cm verniciati color kriptonite ci sorridono. Arriviamo al porto, dove ci attende una colazione a buffet non male, con vista catamarani e yatch. Alle 9.30 si partirà, dopo averci fatto una piccola lezione introduttiva sulla giornata, separati con bracciali di riconoscimento colorati (che scopriremo poi essere quelli che segnalano i praticatori di snorkeling, chi il pranzo etc etc). Lemure prende le pinne, poi pastiglie per il mal di mare, mentre le mascherine le forniranno loro. Dopo circa mezz’ora di navigazione giungiamo al primo approdo, dove un imbarcadero formato da chiatte in plastica galleggianti roventi, accolgono saltellanti i turisti che fanno di tutto per non cadere in acqua. Appuntamento per il rientro dopo 1 ora, praticamente 11.40 partenza dallo stesso imbarcadero. La prima spiaggia su cui mettiamo piede è una distesa ruvida composta da cocci di corallo e conchiglie sbriciolata e un grande chiringuito alla nostra sinistra invaso da turisti prodigi a sgolarsi freschi cocktail. In mare c’è una barriera corallina parecchio triste e monocromatica, che fa passa la voglia di restare immersi. Risaliamo per poterci ristorare un poco all’ombra di un gazebo in paglia e mentre cazzeggiamo incuranti del tempo che passa, a Teo cade l’occhio sull’orologio. Erano già le 11.35. Paghiamo a tutta velocità, rincorriamo il tempo e ci lanciamo sulla barca. Appena giunti a destinazione, per nostra sorpesa, erano già tutti risaliti e il bonsai thailandese che pochi minuti prima faceva il simpaticone, ci cazzia per 5 interi minuti, scrutandoci con i suoi occhi a mandorla e alludendo con fustigante sadismo alludendo alla snervante attesa che avevamo causato al resto dell’ecquipaggio, bambini compresi, manco fossimo circondati da svizzeri e tedeschi… Una ragazza spagnola di fianco a me mi sorride, ed io involontariamente dico ‘5 minuti che vuoi che sia…’ lei mi risponde in italiano, ‘dici bene…’ (mediterranea sintonia). Giungiamo alla Monkey Beach, dove in lontananza si possono vedere alcune scimmiette in attesa di racimolare qualcosa. Ci lanciamo in acqua solo dopo aver permesso agli iscritti ‘snorkeling’ di potersi immergere in un punto differente, dove sarebbe ripassato poi lo scafo a prelevarli. il mare è di un colore indescrivibile, smeraldo, sembra rifletta il colore della vegetazione che scende aggrappata alle scogliere frastagliate, già verso il mare. È un posto incantevole, ricco, proprio com’è possibile immaginare sia stato l’Eden. Ecco, ricco è il termine più appropriato. Sul battello c’è di tutto, da indiani che parlano un perfetto inglese, spagnoli, due ragazzi francesi che mi ricordano qualcosa tipo Asterix ed Obelix, cinesi, giapponesi. Giunti a Phi Phi Don pranziamo in un ristorante a buffet, tutto poco saporito. Riso basmati bianco, pane sembrava una spugna ripescata dal mare e pochissimi dettagli ed accortezze per i vegetariani. Siamo seduti di fronte ai francesi che però non accennano a nessun tipo di conversazione in virtù del solito snobbismo d’oltralpe. Maya beach è la meraviglia per antonomasia! La spiaggia è chiusa da che l’Ente del turismo Thailandese ha deciso di preservarne la bellezza. Le riprese del film l’hanno rosa famosa penalizzandola però negli anni successivi. Incantevole! Quanto di più bello non è possibile immaginare. Scendiamo in acqua per quello che sarà l’ultimo bagno in quell’angolo di mare delle Andamane. Qui, con il f__ck song play, riusciamo tranquillamente ad arrivare a fine ottobre. Ogni giorno di freddo autunno sembra essere stato ben sacrificato in previsione della meta vacanziera. Risalendo in barca un ragazzo dello staff mi avvicina e mi chiede se sono ‘Sam Smith’… io sorrido e gli rispondo di no… L’esperienza in barca, per me oggi è stata veramente messa alla prova dalla stanchezza per deprivazione da sonno, sommata alla pastiglia anti-vomito, così che ogni volta che ne ho modo, socchiudo gli occhi ed inizio a russare, sono davvero sfasciato. Mentre Vale cerca di tenermi sveglio compiacendosi delle sue riprese subacquee, Teo ridacchia a poppa incastrato in un angolo dando le spalle all’elica, si è tagliato ad un dito non si sa bene dove ed ora lo stanno medicando. Stasera andremo a P.T. per fare una passeggiata ed esplorare le anche viuzze cino-portoghesi, ed eventualmente sondar cosa fare a Capodanno. La Main Street sui chiama Limelight St.t ed davvero bella, vivace, ricca di bancarelle che cucinano di tutto, stracolma di gente, ma per nulla faticante. Scegliamo un ristornate all’aperto che ha l’aria leggermente trasandata ma che ci permette di godere dell’aria fresca senza respirare fumi di fritti ed altro. La vita notturna finisce abbastanza presto qui tant’è che quando ci rialziamo stanno per ritirare bancarelle, e in una manciata di minuti, tutto sparisce. Davvero piacevole la passeggiata, in una cittadina dall’aria curata nel cui centro, nel piazzale vicino ad un parco dominato da un enorme drago dorato, ci facciamo rapire da una curiosa una famigliola di italiani. All’angolo un cupo e sinistro pub inglese sforna canzoni grunge a tutto volume e dalle cui porte escono effluvi olfattivi tipici di chi ha gli ormoni grossi come le uova di caviale.
Stasera non andremo ad acquistare i biscotti, basteranno le tre scatole di latta di Danish Cookie presi ieri da Tesco.

31 dicembre
Teo constata che le cose stese sul balcone non riesco ad asciugare e mentre svaporizza di filata 3 sigarette emette la sentenza, di notte piove. Sarà, forse è per via della salsedine? o forse chissa, magari umidità notturna. È il 31 oggi, compleanno di Claudio che si trova Los Angeles ora; mando dei messaggi di auguri su una chat di gruppo – per giungere a lui in data 30 dicembre – il tutto passando attraverso una chat comune di amici che a più riprese ci mandano bellamente a quel paese per il prematuro risveglio… Ops…
Oggi torneremo a Nai Harn. Piazziamo due ombrelloni legati da uno dei miei parei cercando di fabbricare una sorta di tenda. Io inizio a spelarmi e Teo sembra sempre più terrorizzato dal sole, mentre per Vale, ormai, ha perso rilevanza la cosa, essendo lui colore tabacco. Dietro di noi un gruppo di ragazzi truzzi tedeschi distribuiti in coppie, si contendono l’amicizia di una neo giunta inglese che sembra essere la promessa vittima del capo branco, unico spaiato, un tipo coi boxer bianchi che si pavoneggia re della battigia, credendo di rivaleggiare con al fauna surfista di australe origine… Pensiamo a cosa poter fare stasera, se andare a Patong oppure andare a trascorrere il capodanno a P.T., più tranquilla e che non ci sembra male. Oggi, a distanza di alcune manciate di minuti l’uno dall’altro, rotroviamo in mare ben 3 paia di occhiali. Mentre risalimo, raccogliamo qualche informazione, Vale sembra ora più convinto ad andare a Patong, ma uno strano presentimento legato al clima; il cielo si sta incupendo e le nubi quasi riescono a nascondere l’ultimo tramonto dell’anno, risaliamo. Ancora non ci è chiaro cosa faremo, ma il solo il tempo potrà decidere il da farsi. infatti, una volta rientrati in albergo, il cielo si oscura ulteriormente e lancia lampi otre i promontori centrali. Non facciamo in tempo a decidere il da farsi che inizia a piovere, per cui, evitiamo Patong per non restare bloccati fino all’indomani mattina e saltare l’ultimo bagno in mare, per andare a Phuket Town. Cena da qualche parte ed un pub. Piove a dirotto, tutte le attività per strada sono interrotte e con un taxi ci facciamo lasciare in un centro commerciale di nome Limelight. Non ci convince l’idea di cenare li dentro, per cui organizziamo una sortita che ha come unico risultato quello di farci rientrare inzuppati senza trovare alcunché nei paraggi di soddisfacente, arrivando a confondere un ostello con per un ristorante. Decidiamo di cenare in un ristorante giapponese che risulta essere una pessima scelta, che anzi, dopo averci derubati di 1600 bht e serviti in maniera davvero miserevole con piatti trucidi, ci ha invitato ad uscire alle ore 22. Bene, sembrava orma destinata al fallimento la sera di capodanno, malnutriti, umidi, al freddo dell’ac ed ora di nuovo in libertà senza una meta e menché meno un programma. Come prima cosa, non abbattersi e ci aggiriamo per le vie della città praticamente deserta, alla ricerca, di un ffè. incrociamo un ragazzo thai molto alto, un po’ dark a cui chiediamo cosa fare, lui andrà a Patong che ci consiglia di visitare qualche pub, mentre con una mano ci indica la direzione da intraprendere, ed infine, sorridendoci salta su un auto che è venuta a recuperarlo. Beato lui che andrà alla vita…. Cerchiamo un caffè percorrendo in lungo e in largo diverse vie nel puro stile tetris. Troviamo una pizzeria italiana, da Salvatore che ci serve una miscela nel puro stle italico. Uscendo ripassiamo davanti al pub inglese che non riesce a convincere nessuno dei tre, finché Vale prende l’iniziativa e ci spinge ad entrare in un rasta Pub dall’aria allegra e colorata, poino di ragazzi sorridenti e mezzi brilli nel mezzo di un concerto rock. Cos ediamo nel patio esterno ed iniziamo ad ordinare gin tonic e birre, seguiti a gomito da tre Ragazzi francesi in anno sabbatico in giro per il sud est asiatico siedo di fianco a noi. Brindiamo con loro l’arrivo di questo nuovo anno scolando tequila bum bum e rimbalzando all’interno del locale dove da qualche minuto si erano aperte le danze. Devo dire che mi sono divertito parecchio quella sera in barba alle previsioni nefaste; ho ballato con signore giapponesi dai movimenti robotici, parecchio negate e con una ragazza colombiana, gran bevitrice, che si muoveva come una trottola, tipico aleggiare latino. A piedi scalzi ho ballato, saltato, urlato e pogato gustandomi al pieno il sapore della festa finché alle due di notte i mie amici mi hanno strappato al divertimento. Mi sentivo come come Chalize Theron in Monster. Giro di saluti, madidi, umidicci e tutti e tre ubriachi siamo tornati in albergo., Doccia, nanna. Buon Anno nuovo,

1 gennaio 2019
Postumi della sbornia a parte, siamo tutte e tre provati, ma in piedi. Teo mi racconta delle folli peripezie notturne, io ci rido su. Mi ricordo quasi tutto, persino il conto che da sola ha dovuto sborsare la colombiana al cameriere che le mostrava il conto, prima che il locale chiudesse.
L’ultimo giorno a Kata beach, per poi fermarci al fish market di Rawai prima di rientrare. In spiaggia riusciamo a recuperare due ombrelloni, davanti a noi degli zarri russi con musica a palla, schiene super tatuate (anche ai minorenni di famiglia) dei veri deliri sociali. Il sole picchia e non resta altro che stare in acqua. Da lontano si vede una ragazza fortemente tormentata dalla paura, semi anoressica che appesa al fidanzato cerca di entrare in acqua, terrorizzata, forse per la temperature – anche se il mare è caldissimo – e subito esce. Arriva a ripetere la stessa scena più volte, alla fine, desiste e non fa il bagno. Ad un certo punto, mentre ce la stiamo ridendo, ci si avvicina un signore russo di un a certa età, ha capito che siamo italiani e cerca di intavolare un discorso calcistico con me e Matteo, noti ignoranti in materia. Chiede nomi di allenatori, cerca di mimare la calvizie passandosi la mano sulla testa oppure giocatori dell’Inter con la barba o altro ancora. Non sappiamo minimamente cosa rispondere e alla fine, scoraggiato, dopo aver cercato inutilmente di avvicinare Matteo, che indietreggia per evitare alito e colpi di saliva, ci ha voltato le spalle,non trovandoci più degli interessanti interlocutori calcistici. Sono le ultime ore in cui possiamo intonare la Fuck Song, che così, ci ha permessi di arrivare a metà dicembre inoltrato, non dimenticandoci di ‘ringraziare’ la neve, la nebbia, il Natale e le Fs…. Ultimissimo tramonto di questa vacanza mare, lo guardiamo insieme, mentalmente stringendoci la mano, con gli occhioni di chi non vorrebbe lasciare quella spiaggia, semplice e naturale bellezza per una qualsiasi giornata di quotidiano delirio. No. Come deciso appunto, andiamo al fish market, entriamo in un ristorante su due piani, la prima posizione assegnataci è un chiassoso angolo vicino al lavandino dove vengono bellamente lanciati piatti sudici ad un livello di decibel davvero insopportabile, chiedo il cambio posto. Cena perfetta stavolta, buon, ricca, di fianco ad un gruppo di giovani napoletani che hanno l’aria di voler festeggiare qualcosa che non è chiaro trattarsi di un celibato/nubilato, una festa di laurea o una qualsiasi altra importante ricorrenza. Al rientro al B.H. pago le restanti notti, in camera dovremo scegliere dove andare a dormire una volta giunti a Bangkok, l’indomani.

2 gennaio
Sveglia prestissimo, abbiamo l’aereo alle 8.30, e considerando l’imbarco e la distanza dall’aeroporto dobbiamo muoverci. All 6.30 siamo già sul taxi. Arrivati al check in pesiamo scrupolosamente i bagagli che non avendo acquistato praticamente nulla, anzi, forse abbiamo alleggerito i pesi, con i prodotti consumati…arriveremo si e no al peso corretto. infatti, pochi etti di oscillazione ma tutto torna. Due ore e siamo a Bangkok, una megalopoli di oltre 15 milioni di abitanti sparsi su un territorio cementificato negli ultimi vent’anni. Sorta come nuova capitale del Siam dopo che l’antica capitale Ayuttaya venne distrutta dai birmani, sarà il nostro bivacco per i restanti giorni di vacanza, dedicati allo shopping. Atterrati alle 11, a mezzogiorni siamo catapultati nella caotica Khao San, cuore multietnico di backpackers, il cui ricordo ben chiaro, lascia il posto ad un quartiere parecchio cambiato dall’ultima visita. Cerchiamo il Villa Cha Cha, in Rambuttri St, la parallela della sopracitata via, e qui scopriamo che di Villa Cha Cha ce ne se sono almeno 3, non distanti l’una dall’altra. Identifichiamo quello giusto e sistemate le pratiche di registrazione, con tanto di cauzione preventiva, alloggiamo. La camera non è brutta, lo scenario su cui si affaccia è tipico della Bangkok cinematografica. Usciamo immediatamente, è una calda giornata e a passo spedito, compiamo una bella passeggiata lungo la grande via che costeggia in parco centrale delle parate, simile ad un ippodromo. La via si chiama Ratchadamnoen e sbuca all’angolo nord est delle mura del gran Palazzo Reale, al cui interno si vede sbucare la struttura del tempio del Buddah di Smeraldo. Alla Porta d’ingresso chiamata Mani Noppart, una fila interminabile di turisti si accodano per la visita. Io vorrei rientrarci, ma i miei due compagni di viaggio non sembrano propensi ad attendere ore al sole ed è cosi che si passeggia in direzione del Chao Paraya, il fiume su cui galleggiano plastica ed anemoni fluviali, costellata di piccoli imbarcaderi, e ci dirigiamo verso il Mercato degli Amuleti.
Siamo totalmente rapiti da una moltitudine di medagliette sacre di Buddah, statuette, santini vari, oggetti sacri e collane, tutto nei più svariati materiali, quali terracotta, rame, ottone e spesso racchiusi in piccole teche in plexyglass. Compriamo due boli in creta con rappresentati dei Buddah disposti a fiore di loto, una simpatica signora da cui compriamo statuette, ci regala dei ciondolini, ha preso a cuore Teo, ed io ne approfitto per chiederle del bagno, bisogno impellente, esperienza extrasensoriale i cui caotici tubi sono frutto di un creativo gioco di un un idraulico burlone…
Poco dopo acquisto due anelli Ganesh uguali a quelli che già possiedo, si sa mai… Ritorniamo cabotando le mura, direzione tempio Wat Pho, ovvero il Budda Sdraiato, uno dei luoghi più venerati della Thailandia. Un paio di chilometri e riusiamo a visitare questa meraviglia. Superlativo, enorme, magnifico. Perdersi in tutti i chiostri adiacenti sembra essere un buon passatempo dl momento che si sviluppa su un’area di 80.000 mq, e la cui struttura risale al XVIII secolo. Il Buddah sdraiato misura 46 metri ed è scintillante, un riverbero di luci e riflessi. La pianta dei piedi sono rivestite in madreperla e recano scene sacre. La circumnavigazione della statua è sorprendentemente magnetica, sembra attrarre i visitatori a lei, senza trascurare il dettaglio che la statua è interamente rivestita d’oro. Nei cortili adiacenti, si susseguono torri in marmo chiamate Phrang che rappresentantano differenti divinità protettrici. In ancune pagode i fedeli si flettono compiendo uno strano rito che vede impegnate le loro sottili e delicate dita applicare piccoli quadratini dorati su alcune statute di legno, da cui ondeggiano flessuose queste squame auree, avvolte in fumi di incesnso. Oltre ai chiostri costellati di statue del venerato, è possibile notare il Phra Maha Chedi, un’imponente struttura totalmente rivestita di ceramica floreale. All’uscita, non essndo lontani da Chinatawn – quartiere di Phahurat – ovvero il quartiere indiano, decidiamo di visitarlo. Sono quasi le 5 del pomeriggio e purtroppo i mercanti stanno smantellando le loro mercanzie. Teo, riesce ad acquistare una radio a forma di Minions. Passeggiamo nel cuore del nostro quartire, appoggiandoci ad un’App studiata per non perdersi a Bangkok. Questa città è enorme, girandola ci si potrebbe perdere in un attimo senza accorgersene. Per il periodo natalizio, intere vie sono illuminate con luci a cascata che adornano alberi e pannelli osannanti il monarca; scintillanti templi illuminati per la sera la rendono cosi sensuale ed esotica. È davvero bella di sera, di notte, tanto che dedicarle una canzone è davvero poco. Qualche centinaio di metri prima di K.S.rd, Vale intercetta un famoso locale dove la signora da Raan Jay Fai frigge uova con granchi, ha preso pure una stella Michelin che ha volutamente rifiutato e mentre attendiamo di sapere se ci accoglierà, scopriamo grazie a deigli italiani residenti, che è necessaria la prenotazione. Vale subito, mordendosi le dita, cerca di prenotare per al sera successiva o l’altra ancora, ma gli viene detto di farlo via email. fatto. Questa disattesa prenotazione lo tormenterà per i giorni successivi. Ceniamo in un ristorante all’aperto di Khao San, Crocodile, dove il giardino esterno è adeso a due sciammanate arrostiscono un coccodrillo e lo affettano per i turisti curiosi, per strada. Un orrore, ma purtroppo abbiamo già ordinato pat-thai. Le nostre candide lenzuola ci accolgono per una notte di meritato riposo.

3 gennaio
Sveglia, colazione al bar di sotto, da saldare con dei voucher. No bliosch, no pankeiik, no toost… Finish! Non avevano un bel niente, eppure erano solo le 8 del mattino. Pazienza. Oggi ci dedicheremo ai mega centri commerciali, tipo L’MBK, un enorme magazzino diviso per piani, in cui sembra esser convolata tutta la tecnologia asiatica, tutto il tessile,l’abbigliamento e i souvenir del mondo… Appena dentro Vale viene colpito da frenesia di acquisto e recupera tre tavole di legno intagliato con l’immagine del veneratissimo. Passiamo almeno un’ora per piano per trovarci coi conati da shopping nel giro di poche ore. Maturiamo all’interno di un fast fast food che è tutto cosi caotico e c’è cosi tanta scelta che tutto diventa difficile. Passeggiamo verso Phauhrat nel quartiere indiano, più precisamente all’Indian Emporium, che a parte stoffe e una noiosissima paccottiglia indiana, non propone nulla. Risultano più interessanti i negozietti sacri che costeggiano l’ingresso, nascosti dietro ad una fila di siepi in vaso. Acquistiamo mala, topolini di ottone e incensi. Rientrando verso il nostro albergo, stremati, Teo e Vale e acquistano due belle lampade in bamboo cinesi, in una via che costeggia la grande stazione ferroviaria, mentre io proseguo con la mia insana ricerca di un vaso in terracotta che nessuno sembra volermi vendere. Vale continua a guardare la mail nella speranza che la signora delle frittate di granchio Raan Jay Fai avesse risposto, ma nulla. Proposta n°2, un locale shabby che si chiama Juntun, molto europeo con cucina thai. Ceniamo ottimamente, forse un pò piccante, tanto da lasciare Teo fulminato al primo assaggio. Persino per Vale è troppo. Ma il posto, con le sue ciotole in bamboo, i suoi decori e le meravigliose portate, è davvero bello. Passeggiata serale in direzione Banglanphu, oltre il canale, ma a parte qualche trucido negozio di tatoo non sembra esserci molto.

4 gennaio
Vale si sveglia sopraffatto da una notte in cui ha scalciato come un mulo, io accoppo una zanzara gigante che a sfregio, lascia sulle lenzuola l’equivalente di un datterino di sangue (spero mio). Solita colazione con niente, e poi vorremmo interamente dedicarci ai mercati, visto che quelli galleggianti in settimana non ci sono. Vale non sta molto bene, forse colpito da qualche maledizione asiatica e decide, una volta effettuato il cambio albergo (dovenndolo lasciare alle 11), di restare in camera, dopo aver compiuto la transumanza. Sarà una giornata tosta, pensando ancora a tutti i regalini da prendere, le magliette per i nipoti, un pensiero a mamma e a qualche amico. Insomma, non c’è tempo da perdere e identifichiamo lo Star Dome Inn, praticamente l’albergo deve abbiamo fatto il primo ‘sorso’ di Bangkok. La camera è quello che è, non fa sconti anche se la lasceremo prima dell’imbrunire. Il panzone thailandese, incassando una banconota da 1000 bht a fronte di una spesa di 750, impugna la calcolatrice per valutare il resto. Siamo basiti. Vale è inamovibile, a fronte della notte trascorsa, si riposerà. Non sta bene, ma minimizza.
In discesa dopo l’ascensore troviamo il panzone adormntato nella posizione in cui lo abbiamo trovato, ronfante e con tanto di bolla al naso. Pe 250 bht andiamo nel quartiere cinese, oggi lo vedremo benissimo, minuziosamente. Sappiamo che ci regalerà emozioni. Ore e ore tra cunicoli ricchi di materiale scolastico, dove personaggi come Ben Ten e Dorameon svettano su altri cartoon sconosciuti, di fattura asiatica. Cibo, magleitte, toppe, cazzatine tecnologiche stampi in silicone, materiale per il capodanno cinese, stuoie, vestiti, fiori in plastica, sarong, ceramiche allucinati, tazze, teiere e selezioni di the. Tutto davvero esasperato dai numeri, come se tutta la plastica del mondo fosse finita li. Teo acquista una mega busta di Doraemon, io un copricapo in carta pesta a forma di gallina da bimbo, di cui vado orgogliosissimo. Rientrando cerco disperatamente il vaso in terracotta, ma nessuno sembra volermelo vendere, nemmeno sotto forte spinte pecuniaria. Mi rassegno, ormai i giochi son fatti. Il mio contapassi, per il terzo giorno di fila, registra numeri sorprendenti, 20.000… In camera alle prese coi bagagli, ultimo atto nostalgico , poi un doccia e una tonica al bar di sotto.
Chissà se ritorneremo ancora a rivivere questa esperienza che non può che farmi ritenere fortunato. Tante risate, tantissime, paesaggi da sogno, forse pochi giri culturali a questo giro, ma tanti ricordi da conservare nel cuore.

Non mi resta che concludere con un detto thai:
กิ่งทองใบหยก
Translitterazione: Ging tong by yok
Traduzione:Un ramo d’oro con una foglia di giada.
Significato: una coppia (più uno) perfetta.

Moyseion

Graphic Designer/Publisher

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