0

Giordania, Israele e Egitto

Giordania, Israele e Egitto

Shark el Awsat - Attraversando il Medio Oriente

Departure-icon 07/08/2008 - Arrive-icon 19/08/2008 4

Shark el Awsat – Attraversando il Medio Oriente

Shark el Awsat – Attraversando il Medio Oriente

La scelta di volare sul Cairo è stata dettata sia dal risparmio economico che dal desiderio di poter varcare tre frontiere, in un unico viaggio.

La consultazione del sito delle ferrovie egiziane dal portale internet è stato praticamente inutile, dal momento che, una volta giunti nel pieno della notte, non vi era nessun treno diretto ad est nel paese. Per cui, alle prime ore dell’alba, ci siamo diretti alla stazione bus nella zona di Bulaq, alle spalle del Museo Egizio, per cercare qualche mezzo di trasporto in direzione Safrana (per poi prendere un traghetto per Aqaba) o di Taba, per varcare la frontiera israeliana. Si opta per la traversata in bus, sottovalutando l’impervio Sinai. Ore e ore di viaggio corrono dinnanzi a noi, sino al sotto passo che varca il canale di Suez, quasi non ti accorgi che sopra di te, un così importante istmo unisce il Mediterraneo al Mar Rosso. Pochi chilometri ancora su questo micro bus costato circa 20 euro a testa, io, Pinna e Manu, conosceremo le strade sterrate del Sinai. Infatti, ad un bivio, una sorta di jeep bianca ci attende per il trasbordo in direzione dell’entroterra. La strada è così dissestata e senza alcun tipo di rivestimento o protezione, che ci sembra di essere su un’astronave che va incontro ad una tempesta di meteoriti.

Dormire è impossibile, la testa ballonzola come una maracas agitata da una cubana e ciò ti crea anche un principio di mal di testa. Fortunatamente, verso mezzodì, l’autista decide di farci fare una sosta. Lui ha fame, noi voglia di sgranchire le martoriate ossa. Entriamo in una sorta di ristorante con terrazzo, bianco, unico edificio in tutta la zona polverosa, al confino dalla civiltà. L’autista ordina qualcosa da mangiare dal sapore davvero forte e pungente e si siede al tavolo con altri autisti. Noi una misera coca, un caffè e dell’acqua. Pinna ha l’aria davvero provata, Manu ridacchia sgomitandoci ed indicando il tavolo dei famelici autisti che, seduti dinnanzi ad un mobile anni ’50 con televisore catodico incastrato, si gustano le loro leccornie guardandosi un abominevole porno saffico (come fanno i maialoni mentre mangiano?) Vabbè… Dopo circa un’ora si riparte, il viaggio si fa sempre più noioso e duro, la polvere, il caldo e la meta finale che sembra non giungere.

L’ansia stessa dell’autista che va a spron battuto, perché in quelle condizioni, senza illuminazione stradale, riuscire a guidare al buio diventa impossibile. Sembra non finire mai, quasi facendoci temere di esser stati sequestrati… Ma grazie a Dio, d’un tratto, la sosta finale, quella in cui la discesa da quel mezzo infernale, mirando il braccio dell’autista che indica la frontiera poco più in la, ci fa dimenticare di essere anchilosati e simili a dei primati che cercano per la prima volta di alzarsi sulle due zampe. Saranno circa le 8 di sera, il sole è tramontato da un pezzo, davanti a noi la frontiera egiziana con Israele, uno dei punti più ‘hot’ del pianeta. Entriamo, l’aria sembra dismessa, parecchio zozza e nel cui interno alcuni funzionari egizioti simulano atteggiamenti degni delle divise bianche che portano, ma non gli riesce un granché bene, sono dei bambinoni, di turisti europei non ne vedono molti da quelle parti e i sorridenti ragazzi si lanciano subito nella richiesta di ‘mabboro’ le sigarette che tanto ti aiutano a famigliarizzare in molti paesi, così, nel giro di pochi minuti, siam liberi di andarcene, con il visto di uscita bello che firmato in mano.

Ora siamo nello spiazzo di fronte al valico di Eilath, frontiera istraeliana. Un po’ di ansia, ma perché mai, visto il passaggio così indolore della frontiera egiziana? Una ragazza molto robusta e per nulla alta, ci attende al desk. L’israeliana ci accoglie con uno ‘shalom’ che ricambiamo come scolaretti alla maestra il primo dì di scuola. La funzionaria inizia a scrutinare perplessa il mio passaporto, che a dir la verità, all’epoca presentava solo visti in lingua camita, per soffermarsi poi su quello siriano e dirmi: Who you’ve visited This country? Picchiettando severa il visto rilasciatomi l’anno prima… Io risposi per interesse turistico, lei smise di sorridere e si incupì ancor di più quando nella pagina seguente vide un foglietto bianco. Porca miseria a me che ho dato retta a quella info (se ci penso ora mi do del cretino) che consigliava di mettere un lembo di carta bianca nel passaporto affinché i funzionari israeliani interpretassero il non desiderio di far comparire il timbro del loro paese (in modo da non compromettere l’ingresso in altri paesi che non riconoscevano Israele). Preso il foglietto ed accartocciatolo, lo getta con sprezzante forza nel cestino, pregandomi di seguirla. Mi porta in un ufficio dove una volta accomodatomi, ha dato inizio a quelle che dovevano essere semplici formalità (anche a Raf stesso supplizio, Manu invece, nuovo di passaporto se l’è cavata con poco).

Insomma, almeno un’ora di domande le più disparate, tra cui dati riguardanti nonni, località di nascita, genitori, professione, tatoo, piercing, insomma il tutto ripetuto più e più volte… Dopo circa un’ora, ci hanno fatti accomodare tutti e tre sotto un bocchettone dell’aria condizionata. Congelati, nell’attesa di poter uscire. Alle undici di sera ci trovavamo ancora li, mi scappa la pipì e mi accompagna in bagno un soldato con mitra in mano. Esco, mi risiedo e lui ci sorveglia. Inizio a chiedere spiegazione e loro temporeggiano scocciati. Era chiaro che si trattava di un dispetto, noi con timbro siriano sul passaporto che non volevamo comparisse quello israeliano. Loro intento era rilasciarci più tardi possibile per far si che non riuscissimo a lasciare Israele prima della mezzanotte, ora in cui la frontiera giordana chiudeva. Ebbene si, arrivare dalla frontiera israeliana a quella giordana comportava circa venti minuti di auto.

Pazienza, così è stato, e ci siam fermati a Eilath una notte. Un albergo tipo scantinato, gestito da un ragazzo che non credo nemmeno ci abbia guardati in faccia alla reception mente chatta in internet. Una camera tipo sgabuzzino, bassa, con condutture dell’aria condizionata che passavano sulla testa e producevano un chiasso tale da sembrare nella stiva di una nave. Ho passato la notte a supplicare il menefreghista giudeo di spegnerla, ma nulla da fare. Il freezer ci ha restituito alla vita l’indomani, semiparalizzati, avrei tirato un ceffone a quel cafone che ci ha sbadigliato davanti sfregandosi le spalle, ma il rischio che mi si spezzasse il braccio ghiacciato come uno Swarovski mi ha trattenuto. Per un buon dieci minuti siam stati al sole.

Colazione davanti a due anziani, uno israeliano e l’altro arabo che sa là chiacchieravano, sigaretta sdraiati su un muretto come lucertole per poi andare alla ricerca di un taxi che ci trasporti sino alla frontiera. Israele never ever! Victor, il taxista in pochi minuti ci ha portati al border chiedendoci perplesso per quale motivo lasciavamo la sua città il giorno stesso, ma lui, anima, non sapeva il pregresso… Border of Hashemite Kingdom of Jordan. Finalmente di nuovo visi sorridenti e scherzosi che giochicchiano con il nostro passaporto, fingendo di darcelo e ritrattenendolo un’istante dopo. Sono dei bambinoni. La sistemazione in albergo sembra buona, Hotel Petra, bagni in comune ma vista mozzafiato sulla baia, sulla moschea e in lontananza Eilath e la costa egiziana. Il cielo è color turchese, sembra riflettere il mare.

Qualche veloce sistemazione al necessaire da viaggio e via alla ricerca del mare. In città è sconsigliata la balneazione, ma pochi chilometri fuori, verso il confine con l’Arabia Saudita si racconta di spiagge selvagge, con pochi ombrelloni in paglia, qualche ristorantino, ma soprattutto una barriera corallina meravigliosa. Il luogo si chiama Japanese Garden. Tutto vero ragazzi, affittati un paio di pinne e boccagli a testa, sprofondiamo per ore e ore in un paradiso sott’acqua, dove pesciolini coloratissimi e coralli multicolori fanno da cornice ad un teatro marino. Peccato che la mia fobia per gli squali non mi conceda totale libertà, perché Pinna e Manu spariscono dalla vista, lasciandomi come una seppia arenata in riva alla spiaggia, con il viso e la maschera in acqua e tutto il corpo fuori. Il pranzo rilassante in un ristorante coperto da stuoie in paglia, musica di sottofondo e flemma levantina fanno di quell’angolo di mare un paradiso. Ancora un po’ di mare e ci salta pure l’invito da parte del proprietario della spiaggia al falò notturno. Ci riserviamo di decidere dopo cena…

Passeggiata lungo la corniche di Aqaba, affollatissima di giovani dotati di cellulari modernissimi che ti inviano qualsiasi cosa mezzo bluetooth. Un messaggio recitava in arabo: anta warzy (tu sei la mia rosa) con icona floreale. Divertente. The al tramonto, passeggiata e studio dell’incisione delle conchiglie attraverso l’acido, tipo miracolo e cameretta. Cena in fast fish food moto buono, abbondante e a temperatura decente. Qualche metro dopo, un incisore di anelli scrive su fedine in argento e bracciali nomi e frasi di ogni genere, in arabo. Lo facciamo pure noi su degli anellini. Una passeggiata accarezzata dalla brezza marina, la città è molto affollata ti sembra che più nessuno sia in casa. La città è giovane e vivace, e le strade offrono locali semplici ma accoglienti. Un’importante attrattiva della città, se così si può definire, si trova alla Flag Place, ovvero la piazza in cui sventola su un pennone alto circa tenta metri, la bandiera più grande del mondo. Beh, è talmente grande che nemmeno il vento riesce ad agitarla come si deve, donandole quel movimento ‘isterico’ che spesso hanno le piccole bandiere; lei si muove adagio e guardala può davvero lasciarti incantato, per interi minuti. Un altro the alla menta ed un narghilè osservando gente ballare e cantare in un simil karaoke. Buona notte Aqaba, graziosa e vivace cittadina.

L’indomani un ultimo sguardo alla placida città e tutte le emozioni lasciateci, per poi dirigerci con un taxi verso Petra, la città di cui tutti noi ricordiamo quella facciata famosissima che viene chiamata ‘Tesoro’. Percorriamo la Strada Reale, antica via carovaniera che da Damasco giungeva fino al mare. Come un biscione taglia in verticale il Wadi Rum, una serie di purpurei canyon scavati nella roccia. Dopo qualche chilometro, almeno una trentina, una piazzola di sosta mostra in tutta la sua bellezza la vallata circostante. Un ragazzino si avvicina e mostra qualche cimelio arrugginito, insieme a monete e oggetti in terracotta. Lo faccio felice ed acquisto un enorme orecchino berbero molto malridotto da cui poi, ne ricaverò un ciondolo per la famosa ‘collana del viaggio’ (talismano auto prodotto in ogni viaggio). Pinna scatta foto e si fuma una sigaretta al vento, Manu è già alla terza, almeno, lui si porta vanti per i momenti di carestia, soprattutto perché fumare in macchina metterebbe a rischio le nostre vite, se consideriamo il copri cruscotto in pelo di pecora e il forte odore di benzina che ci fa pure venire il cerchio alla testa.

Arriviamo a Petra alle 15 circa, e ci sistemiamo al Valentine Inn, nel piccolo borgo di Wadi Musa, uno dei pochi alberghi disponibili, semplice, nel cui ingresso ci sono così tanti tappeti e tessuti da farlo sembrare un negozio più che un albergo. Sembra adagiato su una collinetta e la camera volta verso uno sperone roccioso con qualche ciuffo di verde. Il giorno seguente lo avremmo dedicato interamente a Petra. Questa città, celata al mondo per molti secoli, fu a lungo la capitale del regno di Nabatea, e successivamente della provincia romana dell’Arabia Felix. Abitata da mercanti (per natura poco stanziali), in realtà Petra prosperò come centro abitato di rara e ineguagliabile bellezza. Intrisa di color rosa caldo, sembra sia caduta su di essa una polvere magica, rendendola molto più simile a del marzapane che non in roccia scavata. A lungo questa città crebbe e divenne famosa, si arricchì nonostante i vari saccheggi persiani, gli ingombranti vicini, e fu teatro di innumerevoli scontri tra bizantini e l’emergente potenza del levante: gli arabi.

Purtroppo, come spesso successe in passato, (e come la Lonley Planet non perde occasione di sottolineare) ogni volta che viene trattato il passaggio di staffetta tra società romano/bizantino/greco/persiano/egizio/punico a quella araba, la descrizione termina così: era una città ricca e prosperosa, con l’arrivo degli arabi decadde. Sarà un caso ma la cosa puzza di vero e a me fa sempre sorridere. Uno dei nomi antichi di Petra (pietra, in ellenico) era Rakim, la variopinta. Il colpo di grazia le venne da un terremoto, dopodiché, per moltissimi secoli, venne dimenticata. All’ingresso file di panzuti sassoni trattano sudaticci il prezzo più conveniente con gli indigeni per trasportale la loro mole ustionata in groppa ad un povero asinello, non farebbe loro male andarsene a piedi, lungo quell’ombreggiato canyon di un paio di chilometri che conduce ad uno dei luoghi più famosi dell’archeologia. Lungo il percorso, hai la sensazione di trovarti all’interno di un’enorme intestino pietrificato. Viscere primordiali, che l’uomo ha saputo adattare a suo piacimento. Una fortificazione naturale.

Si passeggia rapiti dal susseguirsi di striature, dalle strane rocce e dal passaggio di un povero asinello adibito a sidecar con due seggioloni, uno per mamma obesa, l’altro per figlio altrettanto extralarge (200 kg di roba in due). Se non fosse stato per il povero asino, avrei dato a lui una pacca sul sedere per far scaraventare giù dalle loro comode seggiole i lardosi ospiti. Che rabbia! Il monumento più bello del sito ti appare quando meno te lo aspetti, intravedi prima una parte di timpano, una colonna e un po’ di cielo, ed eccolo li! Ti trovi di fronte al Tesoro (il nome della famosa facciata scolpita nella roccia rosa) quando meno te lo aspetti e resti folgorato. Quasi come l’ingresso del paese delle meraviglie, una magica porta sull’ignoto. E li sostiamo qualche minuto, doveroso silenzio da parte di tutti, (gli unici rumori sono emessi dai cammelli annoiati). Una ragazza russa in short stramegacorti è la seconda attrattiva del sito, soprattutto i suoi glutei in bella vista indicati da tutti i maschi del luogo come nuovo patrimonio dell’Unesco. Dipingo una cartolina, Raf fuma e si guarda intorno stupito, Manu, dalla pelle rosso ardente, si passa la mano sul collo ormai simile ad una tavola di ardesia per la cottura a fuoco lento. La passeggiata continua, si scalano dossi, pendici tappezzate di monumenti funebri, un signore anziano nella sua elegante giallabyya nera e kefya bianca, si riposa sotto ad un albero piantato nell’arido suolo come se il tempo si fosse fermato in quel lembo di terra. Colonnati e capitelli abbandonati qua e là, zampettando sul cardo, si giunge all’anfiteatro verso le 14. Qui un nervo mi parte in maniera indicibile quando vedo un demente che bastona pesantemente un asino. Lo riprendo dicendogli che non serviva nulla, e che l’animale avrebbe provato dolore, lui, con tono scocciato e greve mi ha tuonato ‘Make your business!…’ Continuo dicendo che avrei (inutilmente) chiamato i custodi (andiamo bene) per riprenderlo e che il suo atteggiamento era parecchio stupido, perché a qualsiasi turista straniero, un atteggiamento del genere avrebbe dato fastidio, lasciandolo senza lavoro. Magia delle magie, il cretino ha smesso di colpo. Uff…

Il ritorno è stato duro, sole sul coppino e vene varicose al collasso. In albergo stramazzati sul letto, ci diamo l’un l’altro l’onore di iniziare la doccia, stiamo bene a letto… Si parte, auto in direzione Madaba. Cittadina graziosa, più provinciale rispetto alla vicina capitale Amman, ma certamente più vivibile. La sistemazione scelta è il Salomé Hotel, una graziosa costruzione simile alle ville anni ’60 che troviamo in Italia. La curiosa recinzione fatta con i fili in acciaio per le fondamenta degli edifici risulta essere davvero originale. Appena arrivati una notizia dell’ultimo minuto ci informa che la Russia a deciso di attaccare la Georgia impartendo una lezione al presidente Sakhasvili, reo di aver occupato l’Ossezia.

Attimi di paura e apprensione, la Russia fa sempre paura, soprattutto quando maneggia armamenti. Bagagli, camera molto carina ed iperpulita, gentilissimi alla reception sganciano in mano a Pinna una dettagliatissima mappa sull’itinerario per visitare le famose chiese, i mosaici e le varie attrattive cittadine. Il tragitto si snoda attraverso questa graziosa città. Prima tappa pranzo da Fouad, un simpatico giordano che fa battute sull’ozio levantino e prende in giro lo stakanovismo consumistico (come dargli torto) e ci promette mogli tra le migliori di tutta arabilandia. Qualche metro più in là un negozietto vende sali del Mar Morto, seguito da uno che vende piccoli mosaici qualche vaso, uno in particolare, bianco e marrone, per niente male… Ci faccio un pensierino, peserebbe troppo. Mi riprometto di ripassare ad acquistarlo l’ultimo giorno. Intanto compro un paio di tasbé rossi, così, da indossare come collier. Tappa nella chiesa di San Giorgio, dove un immenso mosaico sintetizza la geografia della zona con città, fiumi e paesi, un vero atlante storico. A passeggio per la cittadina ci si accorge di quanto sia carina e rilassante. Passando davanti a un carrettino che vende gelati sciolti, un rigolo di acquolina scende lungo le nostre labbra, contemporaneamente. Io scelgo fragola, Pinna limone e Manu qualcosa di colore giallastro.

La consistenza era quella del caramello sciolto, il sapore talmente stucchevole da causarci movimenti talmente incontrollati da farci sembrare dei cammelli ruminanti. Insieme lo abbiamo a malincuore gettato, ma quei gelati sarebbero stati in grado di causare ulcere e carie incurabili. In un negozio di casalinghi, sotto lo sguardo stupito del proprietario (che sembrava non volesse vendermele) insisto per acquistare un paio di scope artigianali in legno e la gli, per me è per la Bea che apprezza questo oggetto, insieme ad un braciere in zinco. Il rientro al S.H. vede le stesse scene dell’arrivo; carri armati russi e l’assedio di Tiblisi. Ci sentiamo assediati. Pure noi. Per cena, un delizioso ed elegante ristorante sulla via principale, il Haret Jdoudna, ci accoglie al piano rialzato, soppalco in legno e raffinati cristalli, con vini di qualità, anzi, uno in particolare, il Mount Nebo, cena eccellente, finché, alzandomi, la collana acquistata poche ore prime, mi si incastra nell’angolo del tavolo e puff…

Eccola spaccarsi e snocciolarsi al suolo gettando un centinaio di perle rosse simili ai chicchi di melograno (rammam in arabo) ovunque. Bene, in men che non si dica, intere famiglie, coppie di fidanzati, camerieri e ogni sorta di gentil individuo, si sono lanciati sul pavimento a dar caccia alle perle rosse. Che vergogna, alcune son cadute al piano di sotto, forse alcune son state pure ingoiate in qualche calice di vino (come fece Cleopatra nella famosa scena della perla). Insomma, in men che non si dica un formicaio umano scorrazzava sotto i tavoli per aiutarmi a recuperare qualcosa che mi vergognavo di avere avuto. Al Isaab, mhyn fadlak (il conto, per favore) chiude vergognosamente la serata, battiamo in ritirata. Ecco, non proprio. Un signore gentile, che se l’è ridacchiata tutto il tempo, appena scese le scale ci è venuto incontro presentandosi come il custode della moschea, ed ha insistito per mostrarcela. Gentile.

La visita alla moschea di notte, con cielo stellato è stato un dono inaspettato e graditissimo. Quando alzi gli occhi al cielo e il minareto di indica la luna nel buio silenzio, li ti senti davvero Aladin, persino gli enormi tappeti sotto ai tuoi piedi ti sembrano pronti a spiccare il volo. Grazie signore di Madaba!

È molto presto, prestissimo, la cittadina sonnecchia e noi di buon’ora già in circolazione cercando un caffè dal solito Fouad. Bus e taxi e via per Kerak, il castello crociato di Reginaldo di Chatillon, quel demente che a furia di stuzzicare Saladino, sequestrandone pure la sorella che si trovava in viaggio insieme a delle carovane dirette alla Mecca, è stato la causa della battaglia di Hattin, con sconfitta cristiana (oltre all’immane spargimento di sangue). Bene, quel emblematico avamposto situato ai confini dei domini crociati in levante, ha dell’impressionate. Costruito laddove nemmeno una capra di montagna riuscirebbe a salire, possente e nerboruto, scruta la vallata sottostante come un polifemico occhio. Intorno, campi coltivati e aree color ocra fanno da scacchiere a questa torre, ineluttabile simbolo dell’intraprendenza umana. Si racconta che Saladino mise sotto assedio Kerak (dall’armeno kerakha, fortezza) nei giorni in cui si stavano celebrano le nozze di Umfredo ed Isabella di Gerusalemme, e gran signore lui, per non disturbare gli sposi, ordino ai suoi soldati di non attaccare le torri dove si sarebbero celebrate le funzioni.

Discesi dal monte ora, ci spettava un momento di relax, magari in riva al mare, perché no, visto che non era lontano. Un piccolo bus, con autista cocciuto e incomprensibile ci carica insieme ad altre donnine e bimbetti che prendono di mira la mia cavigliera (grrr). La direzione doveva essere Madaba, o limitrofi, il testone invece, pur di spillare due dinar, ci ha portati sino a Mazra (pietra) una località assolutamente priva di importanza, bellezza o interesse alcuno. Scaraventati in un desolato parcheggio con sole allo Zenith, assaliti da facinorosi taxisti che per non meno di 20 dinari ci avrebbero portato al mare, mi ostino (contro il parere di Raf che gliene avrebbe dati il doppio e Manu, persino qualche pacchetto di sigarette), declino a nome di tutti (che intanto si erano accordati per non scendere di un solo dinar dalla tariffa proposta). Bene, ci troviamo in piena depressione del Mar Morto, uno dei punti più caldi di tutto il globo, dovei l’asfalto si fonde sotto ai piedi, di vento nemmeno l’ombra e di ombra nemmeno quella delle rocce… Dinnanzi a noi solo una strada ondosa, percorsa da veloci camion che trasportano ghiaia e materiali edili, sembra di vivere un incubo, invece si tratta della realtà.

Autostop. Tra un veicolo e l’altro corrono almeno 10 minuti di vuoto pneumatico, sconforto e rassegnazione. Finché un enorme tir inchioda a circa 200 metri da noi. Corriamo verso di lui, una moviola, coi piedi di piombo e la lingua a tappeto. Ci offre un passaggio, salire sul suo veicolo è un’impresa, altissimo, tanto che dobbiamo farci da ponte con le mani, e lui ce ma da una delle sue, (una pala praticamente a essendo un gigante di quasi due metri). È di Ramallah, un ragazzone gentile, dal viso dolce, molto scuro e due occhi color onice, profondi e con un velo di tristezza, quello che vedi attraverso le pupille dei palestinesi. Non vuole soldi, non vuole nemmeno le sigarette che insistiamo per regalargli, è gentilissimo e premuroso.

Dopo circa una quindicina di chilometri ci lascia nei pressi di Hammamt Ma’in, una località famosa per gli impianti termali. Ma il desiderio di non essere imprigionati in strutture per anziani in trasferta, prevale di nuovo e ruzzoliamo giù per la parete scoscesa non appena vediamo il mare. Tra cumuli di immondizia e massi roventi giungiamo in riva al Mar Morto. Un signore di una certa età legge sdraiato a 45 gradi con i piedi ammollo, due ragazzini giocano immersi nell’acqua assumendo posizioni alquanto strane. La calura ci spinge ad entrare senza troppo riflettere, ed è propri in quel momento, che il tuo corpo ti fa notare quante escoriazioni potiamo appresso senza prestare troppa attenzione. Persino la barba fatta poche ore prima (anzi proprio quella in primis) si trasforma nella flagellazione di Cristo, perché l’alta salinità brucia, ma non poco, brucia brucia… Passati però i primi momenti in cui ti metteresti ad ululare, star in quella simil acqua-oleosa è divertente

È come se ci si muovesse dentro alle boule-de-niege, le famose palle in cui la neve ricade lentamente sulla torre di Pisa o sul Colosseo. Non è una leggenda quella che ti puoi sdraiare in acqua, leggendo come se stessi sdraiato su un materassino, è vero! Insomma, un mondo a sé, altro che Morto. Certo, quel genio del male di Pinna agita le braccia lanciando schizzi d’acqua negli occhi, e non è proprio cosa da farsi.

L’assenza totale di vita ittica in questo bacino idrico, lo fa assomigliare ad una sorta di galassia liquida, dove i corpi non affondano, ma roteano come in assenza totale di gravità. Il giorno dodici lo dedichiamo per intero alla parte cultural-biblica del soggiorno madabino. Usciti alla buonora, un taxi ci porta in una spianata polverosa. Qui, un camion adibito al trasporto umano, carica noi tre, più due sorelle e relativo fidanzato, qualche devota suora e un religioso, per condurci a Betanya (Bait Anyya, oppure Sapfrasa).

Questa località è resa famosa perché in queste acque, dove il fiume Giordano di prepara a convergere nel Mar Morto, Giovanni Battista battezzò Gesù, oltre a moltissimi altri fedeli. Il Giordano è un ruscellino paludoso, sull’altra sponda sventola la bandiera israeliana, (laddove dovrebbe esserci quella palestinese), su un edificio di nuova costruzione che potrebbe essere ad uso religioso, politico o semplicemente turistico. In quel punto, scavi archeologici hanno portato alla luce piscine e ex-vasche che un tempo fungevano da laghetti per le sacre abluzioni. Una chiesa dall’aria un po’ ortodossa con cupole dorate, funge da sentinella su quella landa beyond-the-Jordan (come riportano le iscrizioni stradali). Nel parcheggio ci stringiamo un po’ e saliamo tutti dietro alla vettura, diretti verso il Monte Nebo, quello in cui Mose, dopo aver separato le acque, cazziato i suoi per via del vitello d’oro e averli condotti a spasso per 40 nel deserto (40 anni, mica quattro!) senza che lo linciassero, pronunciò la fatidica frase: “Ecco la Terra Promessa!” mentre con il bastone indicava la Samaria, la Giudea e Israele. Un monumento celebra il Giubileo del 2000 e reca l’iscrizione ‘Unus Deus Pater Omnium Super Omnes Jubileum 2000′. Un’enorme ruota sepolcrale in marmo è posta in cima all’altura, dopo aver percorso una strada lastricata di nuovo, ricca di decorazioni inneggianti la fratellanza e la pace. Si è in cima al mondo, siam tutti Mosé e i suoi fedeli. Osservo la schiena di Manu, color liquirizia, sembra proprio un arabo tatuato.

Pochi chilometri in direzione Madaba ci attendeva il Mukawir, (il Macareus) una fortezza fatta erigere da Erode il Grande a difesa del suo regno (dove si verificò il famoso racconto evangelico che vide Salomé danzare in cambio della testa di Giovanni Battista). Il taxi si ferma a circa due chilometri su un terrazzamento-parcheggio, scaricandoci all’inizio della salita. Una strada costeggia tutta il periplo della collina, insieme a noi una gigantesca donnona olandese, con le spalle simili al Partenone, ma color pomodoro, trascina sua figlia lungo quell’impervio viale. Giunti in cima, un paio di colonne ricordano dove la bella Salomé volteggiava lasciva le sue grazie in cambio del macabro regalo. I romani, al termine della rivolta giudaica, raggiunsero il Kumayri costruendo un terrapieno ancora visibile, ed una volta giunti, distrussero tutto. Tornati a Madaba, ci siamo recati in un’agenzia viaggi per informarci sull’acquisto di un volo aereo per l’Egitto, l’unica soluzione possibile per tagliar fuori Israele e i suoi sgarbati modi…

Volo per Alessandria tra due giorni. Whaw!  Passeggiando per le vie del delizioso centro, dopo aver visitato la famosa Villa dei Mosaici ricoperta da una bella costruzione in stile pre-islamico, ci imbattiamo in un piccolo negozio che vende ampolle contenenti l’acqua del fiume Giordano. Sia mia sorella che quella di Raf partoriranno (quella di Raf a settembre, la mia in dicembre) acquistiamo due ampolle per il battesimo contenente le famose acque. Il signore insiste, forse credendo che si trattasse di mio figlio, di chiamarlo Yaqub, il nome a me piace molto, ma credo mia sorella lo rimbalzerà bellamente. Ultima passeggiata prima di tornare in albergo, atta soprattutto ad esaudire quel cruccio che da giorni ormai, è diventato un’ossessione: il vaso! Ritrovatolo ovviamente invenduto, l’ho acquistato senza nemmeno contrattare. Felice. Non passan venti metri, chiedo a Raf se me lo regge, perché dovevo chinarmi ad osservare dei lega capelli in cuoio, ma li, un sordo e fastidioso rumore giunge ai miei timpani passando per la schiena, il rumore della ceramica rotta, chiusa in un sacchetto di plastica! Raf mi guarda cin gli occhi di un agnellino al patibolo, un po’ Ipfligenia in Aulide, e oscilla la testa da destra a sinistra, simulando il ‘non è successo nulla’… Palpo il sacchetto ed al tatto, il vaso era diventato una manciata di cocci. Grrrrr… quanta pazienza.

L’indomani arriva intriso di gioia e curiosità. Oggi andremo a Jerash, una delle più famose città che componevano la Decapoli. È meravigliosa, bella, ricca di monumenti. Potrebbe pareggiare con la cugina Palmyra di Syria, o con Apamea. Una sorta di Roma in mezzo alla brulla terra. Qui la città nuova sorge a ridosso delle rovine che un po’ la soffocano, (ma di cosa sorprenderei quando noi in Italia abbiamo la valle dei Templi di Agrigento minacciata dall’urbanizzazione selvaggia?). Jerash è molto grande, orde di finti centurioni si allenano per lo spettacolo serale delle bighe, un asino gratta il suo zoccolo contro un ricciolo di marmo che fuoriesce dal terreno e che a distanza di ore troverà poi altra collocazione…

Passeggiamo per i vari templi, i ninfei, le fontane e i vialoni colonnati, fino ad arrivare al teatro. Qui l’arrampicata al solleone risulta faticosissima, il caldo e i gradini ci gettano sul primo anello conci come dei martiri. L’acustica è formidabile e la vista pure. All’interno della spianata sull’agora, un signore dome al sole e la sua posizione sembra più quella di una persona assassinata che dormiente.

Un ragazzino di poco più di dieci anni, con uno sguardo intenso e triste scruta il cielo seduto su una cornice intarsiata, in alto ad una piccola collina, che scende verso quello che un tempo doveva essere il mercato, spiegandoci che un po’ d’acqua da cielo gli avrebbe cambiato la giornata. Infatti la pioggia avrebbe smosso il terreno facendo affiorare piccole monete che scintillavano al sole e solitamente vendeva ai turisti. Manu acquista una monetina romana da regalare a Flavio. Io mi trattengo, usciamo.

Torniamo verso il bus Station diretti ad Amman la capitale. È una città a colpo d’occhio non particolarmente bella, trafficata, ci sistemiamo al Karnak Hotel, un accomodation moooolto spartana. Una passeggiata nell’anfiteatro romano, la moschea e l’agora. Un sorso di te in un bar tutto decorato con bandiere dipinte sulle pareti, seduti su una balconata in legno, ed un giro al souk dove ho acquistato dei bei pomelli in ceramica decorata. La sera, in una via dell’Ammam nuova, in un simpatico locale frequentato dai giovani rientrati dall’estero per le vacanze, si agitano divertiti in atteggiamenti occidentali su una terrazzina dove servono cocktail, pizze e si balla alla luce della luna. Il tutto gettato sullo skyline collinare della capitale. In camera, dopo qualche ora di sistemazione bagagli, saremmo partiti per l’aeroporto Queen Alya, a pochi chilometri dalla città. Notte noiosa trascorsa in attesa del volo alle ore 6 circa…

È il giorno 14, appena arrivati al El-Nouza di Alessandria, dove in poco meno di venti minuti siamo in pieno centro. Personalmente amo questa città come nessun’altra al mondo, l’ho vistata tantissime volte, in svariate stagioni e in ognuna di esse ho sempre scoperto nuove emozioni. È una città sospesa tra il passato e il presente, antica e moderna, una dama occidentale pittata all’orientale. Una città allegra, soleggiata megalopoli che ti confonde, simile alle italiche città di mare. Di fronte c’è il Mediterraneo, alle spalle tutta la sua storia. Millenaria. Come di rito, un’ottima colazione da Delices, una pasticceria italo-franco-ellenica, dove morbidi croissant vengono serviti con cappuccino in tempi davvero biblici (anche un’ora). Di fronte, tram vecchissimi sferragliano lentamente in piazza Saad Zahaglul, che mira l’orizzonte, di fianco al Cecil Hotel. In questa pizza, svettavano fino a un secolo fa’ gli obelischi di Cleopatra, poi trasportati a Londra e New York, dove sorgeva il Cesareum, luogo di culto fatto erigere in memoria di Giulio Cesare, poi trasformato in chiesa e divenuto il luogo del massacro di Ipazia.

È la prima volta che mi capita di venire ad Alex senza passare dal Cairo, e quindi senza sentire quella sensazione di liberazione dalla cerchia urbana asfissiante che circonda la capitale. L’Union Hotel ci accoglie, la sua signora con i capelli biondi sembra ferma sugli anni ’50’ come tutto l’edificio del resto. La vista dalla sala da the è stupenda, la camera vista di lato al mare, in lontananza si vede il forte di Qait Bey, sorto sulle rovine dell’antico Faro. La giornata inizia in direzione della stazione in Midan Gamuryya, passando per Nabi Daniel, la via piena di librai che passa dinanzi alla moschea omonima, che si dice sorga sul Sema (il corpo, appunto) il mausoleo che ospitava le spoglie mummificate di Alessandro Magno. Ora solo una colonna di marmo potrebbe ricondurre a qualcosa di più segreto, nascosto nei sotterranei. In stazione l’acquisto dei biglietti, come di costume levantino, avviene tra gli strattoni e le prevaricazioni.

Un micio nero microscopico in un vaso strappa il cuore dalla tenerezza. Un tuffo nella storia dal sapore davvero culturale è stato varcare l’ingresso per Kom El Dikka (monte dei cocci – il Paneum) dove un anfiteatro le cui pietre avranno certamente udito canti omerici, euripidei, di Callimaco e la stessa voce di Teone e di sua figlia… La Villa degli Uccelli racchiude una pavimentazione a mosaico di fine esecuzione. Il percorso a ritroso ci porta sulla Corniche, dove i barcaioli sono intenti alla raccolta del pesce appena pescato, un’operazione davvero laboriosa e lenta. Una decina di gatti osserva, in riva a mare il mega pranzo che si avvicina, leccandosi avidamente i baffi. Un paio di chilometri sul lungomare e siamo di fronte alla parete a mosaico che apre sulla lunga lingua ripavimentata di nuovo che conduce al forte. Com’è cambiata questa zona dall’ultima volta che l’ho vista! Il forte restaurato è stato tirato a lucido.

È emozionante entrare in un luogo simile, le cui pietre sono frutto del riutilizzo delle fondamenta del Faro. Il Faro (Pharos) fu costruito per ordine di Tolomeo Filadelfo a partire dal 300 a.c., il suo architetto Sostrato di Cnido, n’è progettò una torre alta 134 metri, rimase attiva per molti secoli, trasformatasi in moschea e crollata sotto i colori di un paio di terremoti nel 1200, uscendo dalla classifica delle sette meraviglie del mondo antico. In alto, sotto la statua luccicante ci Castore e Polluce vi era un’iscrizione che recitava così: ΣΟΣΤΡΑΤΟΣ ΔΕΞΙΦΑΝΟΥ ΚΝΙΔΙΟΣ ΘΕΟΙΣ ΣΩΤΕΡΣΙΝ ΥΠΕΡ ΤΩΝ ΠΛΩΙΖΟΜΕΝΩΝ (Sostratos figlio di Daxifane di Cnidio – Agli Dei Salvatori, da tutti i marinai). Un paio d’ore nel suo interno tra profumo di salsedine, brezza marina e vista mozzafiato. Tutta la baia semicircolare si scaglia a mezzaluna, (a perdita d’occhio – circa 40 km di città) di fronte a noi, mostrandoci a est un bagliore dato dal riflesso del sole, è la nuova Bibliotheca Alexandrina, che, come un disco solare sembra sorgere dal mare. Non la vedevo dal 2004, anno in cui con la Bea, l’abbiamo visitata poco prima dell’inaugurazione. Dal forte, siamo andati in direzione della discarica di piastrelle (luogo che amo – una discarica di piastrelle vintage), vicino al cantiere navale, dove spesso si trovano oggetti restituiti dal mare.

Un pranzo a base di pesce da Samakmak e poi un po’ di mare, nel pomeriggio, nei pressi di Ras el Tin, dove i militari in libera uscita si lanciano dalle loro divise nere, in acqua. Qui, unico caso, raro, un ragazzo egiziano, con due cani lupo, si diverte giocherellando sulla spiaggia. Gli arabi non amano i cani, credono siano impuri. Peccato. Grazie a Dio qualcuno delle nuove generazioni sta cambiano modo di pensare. Da questa mattina, la città è completamente tappezzata di militari, ovunque schiere di ragazzi in assetto cerimoniale costeggiano un percorso al sole per chissà quale motivo. Ore e ore sotto al sole, al nostro passaggio, questi poveri ragazzi, ci chiedono le nostre riserve di acqua per dissetarsi. Sanguinava il cuore…

Verso il tramonto, ci siamo trovati di fronte alla chiesa di Santa Caterina, nei pressi di Mansheyya, un viale nascosto alla città, in cui un piccolo spiazzo conduce ad una delle chiese cattoliche più famose (dedicata ad una santa probabilmente mai esistita) che raccoglie le spoglie di Vittorio Emanuele III, che scelse Alex per l’esilio insieme alla moglie Elena, dopo l’abdicazione del ’46. Beh, la cosa più simpatica che ho letto sul libro delle note posto dietro all’altare è stato: “…altro che riportarlo in Italia, anzi, perché non vi prendete anche gli altri Savoia?”. Ormai il sole è sceso lungo la baia di Anfushi, la voglia di raggiungere la i locali siti a Silsila per un the, ci porta dinnanzi alla biblioteca all’imbrunire. È stupenda, anche senza la luce, le sue pareti che riflettono nel chiaroscuro le lettere di tutti gli alfabeti del mondo, le sue fasce azzurre a mezzaluna, la semisfera del planetario ed il ponte di cristallo che di staglia nel vuoto in direzione del mare, verso Roma, Atene, verso l’Europa. Scriveva Aristide: “La grande ed Augusta città di Alessandria adorna come gioiello l’Impero Romano, così come una collana o un braccialetto adornano una donna formosa”.

Peccato che, quando Aristide faceva questi paragoni, la Biblioteca non c’era già più. Al ritorno, una piccola sosta da un fiorista fa’ si che ne esca con un cactus e due vasi. Leggerissimi! Si cena all’Elite una sorta di american-bistro cha da su Sharya Shafyya Zaghlul, dove si gustano piatti tipicamente europei. Qualche metro prima, un furfantello della zona, con aria dolce e premurosa e sguardo simile a Keanu Revees, cerca di scroccare una cena e qualche soldo, ma viene allontanato dal gestore del locale… All’uscita (ormai quasi mezzanotte) l’esercito è ancora dispiegato. Sono ormai oltre sedici ore che attendono il passaggio di qualcuno. Entriamo in camera e scopriamo alla reception che il personaggio tanto atteso è Qaboos ben Sayyyed, il sultano dell’Oman, in giro con il suo mega panfilo nel Mediterraneo, in sosta ad Alex per incontrare Mubarak. Buona notte Alex. Layla sayyeda, madyna al qamar.

Oggi si va alla Colonna di Pompeo, (vista almeno una decina di volte), sempre affascinante.

La strada è un saliscendi costellato di banchetti, venditori di lycis, falegnami e fabbri. Persino dei fabbricatori di rosoni in gesso. Pinna prende un coltello per tagliare la frutta, io mi fermo da un falegname ed acquisto una spada intarsiata con versi del corano, si entra nella zona del Serapeum, il più grande e famoso che sia mai esistito (non si direbbe visto ciò che ne rimane). Creato per ordine dei primi Tolomei su uno sperone roccioso che guardava verso il mare, fuori dalle mura cittadine, assimilò il dio Apis, con Zeus, creando un ibrido in puro stile alessandrino tra la cultura greca e quella egiziana. Venne distrutto dai fanatici cristiani nel 391 d.C. guidati dai monaci parabolani, ed insieme ad esso, anche la Biblioteca (detta ‘figlia’ in quanto sorta con i volumi risparmiati all’incendio della prima) venne data alle fiamme. Qui venne edificata una chiesa in onore di Giovanni Battista (di cui non resta che qualche capitello).

L’unica vera attrattiva di questo posto incastrato tra fatiscenti palazzi è la Colonna di Pompeo, un monolite di 29 metri, 3 metri di circonferenza su cui poggia un capitello corinzio che sosteneva la statua bronzea di Diocleziano. Nei sotterranei è possibile visitare i corridoi che ospitarono i rotoli prima del grande rogo… Il cielo è color topazio ed oggi, il mare da qui non è più visibile, peccato. Tutt’intorno una muraglia di oscene costruzioni deturpano lo skyline (alcuni balconi dei palazzi più degradati sono stati ‘murati’ nella speranza di nasconderli a qualche eminenza in visita al sito). All’uscita, dopo aver questo qualche indicazione, acquisto di un paio di ciotole in terracotta e qualche saponetta, diretti verso Kom el Shoukafa, il ‘tumulo di frammenti’, una delle più belle catacombe visitabili ad Alex, raggiungibili attraverso una rampa elicoidale sino al cuore della terra. Costruite nel secondo secolo dopo Cristo, per celare i riti cristiani alla città ancora prettamente ellenica.

Di ritorno, passeggiamo nel cuore del quartiere Attarin, dove la città è intrisa di un forte sapore anni ’20, dove cumuli di immondizia fuoriescono da elaborati cancelli intarsiati, di quella che fu la ‘ville lumiere’ africana. In via Lepsius si scorge la tanto ricercata casa del poeta Kavafys, che qui trascorse parte della sua vita.  Il famoso poeta soleva dire “…non manca nulla, tra un ospedale per curare il corpo e una chiesa per curare lo spirito…”; qui, il libidinoso intellettuale soleva trascorre indimenticabile notti con partner raccolti per strada o al porto, in un appartamento pieno di libri, arredo ricercato, e una scrivania elegantissima. Persino una testa di marmo di Pompeo, (che tra l’altro venne decapitato proprio in questa città da qui il nome al girone dantesco ‘dei Tolomea’ nome del sovrano che tradì l’ospitalità richiesta dal generale che si chiamava Tolomeo) troneggia, ironia della sorte, in questo appartamento votato ai racconti poetici di natura storica.

All’interno si respira un’aria pregna di scibile misto a polvere. Il sole filtra coi suoi raggi attraverso le persiane accostate, qua e la qualche bozzetto e fotografia ci rapiscono gettandoci in una vita trascorsa alla ricerca della sensualità più sfrenata. Sono le quattro del pomeriggio, non ci resta che visitare la Grande Bibliotheca Alexandrina. Bellissima, moderna e con oltre 700.000 volumi in costante crescita. All’ingresso una statua dedicata a Demetrio Falero riporta questa iscrizione ‘Demetrius Phalereus (350 – 280 a. C.) the inspire of the foundation of the ancient library’. Fu il primo bibliotecario, colui a cui venne l’astuta idea di ‘sequestrare’ a tutte le navi che passavano per la città, i libri contenuti nelle loro stive, da cui poi se ne sarebbe ricavata una copia da restituire al proprietario, lasciando così l’originale nell’archivio tolemaico. È davvero grande, tecnologicizzata. Anche se Bea sostiene che sia un’attrazione turistica (in quanto agli arabi la lettura non importa un granché), resta comunque un’opera meravigliosa. Realizzata con materiali di pregio, conta sale di ricevimento, auditorium, Astonomium e quant’altro si possa immaginare. Il mare riflette il suo colore sulle sue pareti in pietra, un colosso in marmo di Tolomeo II ripescato dal mare svetta alle spalle della biglietteria, dove a momenti io e Raf scazzottiamo per la sua perenne e costante fame che emerge nei momenti più disparati… ovvero all’ingresso della biblioteca dove non puoi nemmeno introdurre dell’acqua… Madre de Dios, che pazienza… In camera, un po’ di relax e la preparazione dei bagagli per il giorno seguente, diretti al Cairo.

La cena al Santa Lucia, un locale d’epoca davvero accogliente ed in voga presso la società intellettuale alessandrina. Un pianista strimpella melodie euro-statunitensi in voga settant’anni fa, e ci regala momenti magici, sorseggiando del Crue des Ptolomee. Ottimo (insieme all’Omar Khayyam, ultime vestigia della faraonica patria enologa) vino egizio. Passeggiando davanti al cinema Metro, tagliando in direzione Saahria Al Horrya (un tempo Rue Fouad) in direzione Attarin, Manu sosta in un antiquario ed acquista una radio anni ’30, funzionante, bellissima, mentre io un paio di libri vecchissimi. Nanna. A presto cara Alex.

Sveglia all’alba, taxi per Midan Gamuryya, dove il desiderio di possedere delle ‘olla’ ci spinge l’ultima volta in un miserabile souk alla ricerca di queste anfore in terracotta che, posizionate fuori dai negozi, dissetano TUTTI (tutti, a colo) i passanti. Asiniamo i nostri mega-zaini, in questa assurda ricerca, trovare tre ‘olle’, raccolta viveri sufficienti per il viaggio e via diretti alla capitale su un treno che farebbe i baffi ai nostri arrugginiti Fs. Arrivo per le 13 circa alla Ramses Station, un formicaio di uomini e mezzi, da uscirne pazzi. Trovare un taxi non è un problema, uscire dal parcheggio su uno di essi sembra impossibile. Lo smog ti inchioda al sedile della macchina, i clacson ti entrano nella testa tanto da stordirti. Nemmeno la solita ‘lite’ con il taxista per il prezzo ha lo stesso suono di sempre. È afona.

Nascosta dalla città che ti serra come un cobra. Scegliamo un albergo dal comico nome Suisse Hotel, che del paese elvetico non ha proprio nulla. Un appartamento che qualche dozzina di lustri fa’ era stato signorile, è ora trasformato in stamberga grazie alla solita trascuratezza levantina. Persino l’anacronistico caminetto che abbiamo in camera è divenuto un qualcosa di infernale. Coperte di lana e sintetici plaid animelier ovunque, come se ci trovassimo a Oslo anziché ad una spanna dal Sahara, un lavandino mignon e 4 letti incastrati a tetris. Per raggiungere il piano si hanno due scelte: ho fasi 4 rampe di scale passando per vari gironi infernali dove gatti semiselvatici spadroneggiano indisturbati, dove sonnecchianti custodi panzuti e uffici semichiusi ti accompagnano nella sisifica salita, oppure un ascensore a dir poco pericolante che con l’aiuto (il rilascio di una monetina) al piccolo custode, ti scarrozza tra i cigolanti lamenti causati da nastri in gomma rattoppati con corde e ramino al piano, non senza recitare tutte le volte, l’ultima preghiera al buon Dio.

Comunque, l’albergo è stato scelto anche in funzione alla sua centralissima posizione, in Midan Talaat Harb, vicino alla caffetetria ‘svizzera’ Groppi, che un tempo forniva i reali inglesi di cioccolato, mentre oggi si decompone pigramente alle oziose usanze levantine. L’albergo inoltre si trova vicino a Palazzo Yacoubian, famoso edificio che ha dato il nome al libro ‘scandalo’ di Al-Swany. Visita la Museo Egizio, Raf viene fermato al check-point da un metal-detector perché nello zaino, ha il coltello acquistato ad Alex, che giustifica dicendo semplicemente ‘for a apple’… Visita tra le varie steli di Narmer, le teche impolverate, ori e preziosi vari fino alla maschera di Tutankamen, immobile, da secoli con il suo sguardo proiettato altrove. La visita dura un paio d’ore, il minimo indispensabile, ed attendo i compagni in giardino, in mezzo ai papiri d’acqua (perché di vedere la nuova sezione delle mummie non ne ho proprio voglia).

È sera, ceniamo da Felfela, dove qualche anno prima ero stato con Beatrice e Manuela. Trovato peggiorato. Persino a Raf e Manu che non c’erano mai stati, non è piaciuto. Passeggiata lungo le vie di Midan Falaki, dove uno sguardo all’appartamento del Sig. Romano mi porta lontano nei tempi. Chiedo al custode Mansour di lui, mi dice che al momento è in Italia. La mia prima volta al Cairo, a vent’anni. Il fatidico giorno delle Piramidi è arrivato. Un travagliato viaggio per giungere in bus a Giza, sulla strada che si racconta esser stata resa così spiovente apposta per volere di Ismail Pashà per poter ‘avvicinare’ causa inclinazione della carrozza, il braccio dell’Imperatrice Eugenia. L’ingresso è davanti a noi. mentre varchi la soglia del recinto perimetrale ti lampeggia la napoleonica menzione ai suoi soldati: “cari soldati sopra di voi, 40 secoli di storia vi stanno osservando”…

Ti senti piccolo e insignificante di fronte alle ultime vestigia delle sette meraviglie dell’antichità. Una sorta di scarabeo che ruzzola ai loro piedi muovendo sabbia, e null’altro. L’ingresso, claustrofobico e scomodo ci porta nel cuore della Piramide di Kefren, insieme alla solita fiumana di turisti con un’insolazione da trattare con il cortisone. Sfinge, la signora senza naso è stata parzialmente restaurata, adagiata dinnanzi alle sedie vuote per la rappresentazione serale dell’Aida verdiana. Rientriamo in bus, un rottame che salta e barrisce ad ogni buca. Attraversiamo il ponte a piedi, con i due mega-leoni in bronzo che collega l’isola di Gezira a Midan Taharir. Il vento soffia in quest’unico punto della città, accarezzando il Nilo.

Dalla piazza, ovvero dalla fermata Mubarak, ci dirigiamo in metropolitana verso Mar Ghirghis, il quartiere copto della città. Al tramonto è uno spettacolo, il colore caldo delle sue pietre lo rendono simile ad un miraggio. All’interno delle sue mura, si trovano le basiliche di San Sergio, Santa Barbara e San Giorgio, tutte maestose e belle. Questo quartiere in epoca romana si chiamava Babilonia, e ad oggi, restano le vestigia di un forte bizantino.

I luoghi sacri sono decorati con soffitti lignei e un forte profumo di incenso che fuoriesce lungo i piccoli viottoli acciottolati dell’intero quartiere, impregnandone l’aria. La Muallaka (la sospesa) è la chiesa più famosa del Cairo. Deve il suo nome al fatto di trovarsi in cima ad una scalinata posta sopra ad un ramo del fiume, dove la leggenda vuole si siano riposati Maria, Giuseppe ed il piccolo Gesù in fuga in Egitto. Qui nenie religiose accompagnano millenari riti fatti di aspersioni, movimenti ritmici e soprattutto volti che non si incrociano direttamente, quelli del Pope coi i suoi fedeli. Il temine ‘copto’ deriva dall’ellenicizzazione del termine egizio A-ka-Ptha, ovvero casa di Ptha, da cui poi Akaptos, Aegyptos e Copto, appunto.

È davvero bello tornare qui, e soprattutto verso sera, quando il desiderio di passeggiare tra i rilassanti negozietti che vendono coloratissime lampade in vetro, piccoli bazar di antiquariato e cocci, ti prende come un desiderio atavico. Acquistiamo lampade in vetro, ciotole, vassoi in terracotta e 4 applique grezze. Un sorso di caffé in un fetido retro bottega ed un venditore convince Raf a prendere un bel drappo bordeaux e blu, e Manu uno blu e bianco. Passeggiando lungo la Corniche attorno al fiume, due soldati giocherelloni ci invitano per una foto ricordo, la facciamo, ma il loro capo ci intima di cancellarla immediatamente, davanti ai suoi occhi. Meno male che non si è accorto che le macchine ad aver scattato le foto erano due… Si cena al Café Riche, uno dei locali più famosi della città, tra atmosfere retrò e musica da camera. Ottimo menu, accompagnato da un buon Omar Khayyam…

Il giorno seguente si passeggia per il castello di Saladino, la sua cittadella, cuore pulsante della dinastia ayyubide e bersaglio di tutto il rancore portato dall’occidente verso quel sovrano. Qui scatterò una foto a Raf, che lo immortalerà come una tigre bianca e farà sentire me come un reporter da premio Pulitzer, la foto si chiamerà, ad imperitura memoria, ‘la faccccia’. La sua espressione ‘malefica’ gettata sullo skyline della megalopoli. Visita all’isola di Roda, dove un kjedivé si è fatto costruire un incantevole palazzo (peccato costellato da macabri trofei di caccia…).

Un’ultima doverosa tappa a Bab Zweyla (porta del santuario), il famigerato souk indigeno (non turistico) della città vecchia, sorto tra la città dei Morti e le moschee di Al Rifhai, che custodisce le spoglie dei reali egiziani oltre che a quelle dello scià di Persia. Il saccheggio all’ultima moneta ha inizio, mestoli di legno, sandali in copertone, utensili saldati sul luogo e matasse di tessuti a righe… concludiamo con il mercato di Khan el Khlili, ed un the alo storico locale Fishawy. Con un piatto di koshari, il poverissimo menu operaio fatto di pasta e riso saltati con lenticchie e cipolle sminuzzate (tutto fritto), si conclude la nostra bellissima vacanza lungo le rotte del Medioriente…

 

Moyseion

Graphic Designer/Publisher

No comments yet. Be the first one to leave a thought.
Leave a comment

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.